Arte viva - Intervista a Claudio Cravero, curatore del PAV – Parco d’Arte Vivente di Torino

Occhiello: 
"Quello che varia, e anzi muta in modo sostanziale rispetto all’allestimento di una normale mostra, è la cura costante e quotidiana per qualsiasi forma vivente presente nelle opere, la stessa attenzione che si ha verso se stessi e che si dovrebbe avere responsabilmente verso il mondo".

Bioarte, ecorate, arte ambientale, cosa significano questi termini e da cosa derivano?
La Bioarte, arte genetica o transgenica, definita anche Biotech quando impiega le biotecnologie, fa parte del macroinsieme dell’arte cosiddetta del Vivente: un filone di ricerca tra le arti contemporanee che avvicina sperimentazione genetica, biologia ed esperienza artistica. Gli artisti nell’ambito di questo filone utilizzano le conoscenze e gli strumenti scientifici per la creazione di opere d'arte che, attraverso i medium utilizzati (organici come piante, proteine, DNA e batteri, o biotecnologici come le culture tessutali e in vitro), presentano e non rappresentano la vita.

L’arte del vivente è caratterizzata dunque da elementi viventi, o che si comportano come tali, che hanno una processualità, una ciclicità, e pertanto sono soggetti a trasformazioni determinate dal tempo e dal caso. L’artista diviene quasi un osservatore, uno sperimentatore più che un artefice, poiché spesso egli è solo ideatore del progetto, ma per lo sviluppo dell’opera ha la necessità di essere affiancato da specialisti in laboratorio.

L’arte del vivente si è sviluppata a partire dagli anni ’90 del Novecento ed è considerata per gran parte della critica d’arte la naturale evoluzione della Land Art e Art in Nature. Le pratiche dell’arte ambientale, che si sviluppano a partire dagli anni ‘70 negli Stati Uniti come esperienza creativa nell’ambito dell’arte concettuale, hanno sempre rivendicato il rinnovato rapporto uomo-natura e hanno visto parallelamente l’evolversi, e spesso il fondersi, dei grandi movimenti ambientalisti ed ecologisti. L’Arte ambientale, dai segni o land marks nel paesaggio (Robert Smithson, Walter De Maria, Richard Long, Hamish Fulton, Christo) diventa militante, si interroga sul destino del pianeta facendosi portavoce di istanze ecologiste e, tra tutti, vede la grande figura, poliedrica e messianica, di Joseph Beuys. L’urgenza relazionale e comunicativa di Beuys costituisce l’eredità di numerosi artisti oggi impegnati nell’arte del vivente, con una forte presa di coscienza sull’influenza della scienza e della genetica nella società, con tutti i timori e le ansie che queste pratiche sollevano per la salvaguardia, ad esempio, delle biodiversità.

 
Quali sono i temi e chi sono gli artisti che lavorano in questa dimensione?

Jens Hauser curatore della mostra “L'Art Biotech” (Le Lieu Unique, Nantes, Francia, nel 2003) afferma che “Lo scopo della arte biotech è sollevare il velo su quanto accade all'interno dei laboratori di genetica per interrogarsi sulle tecnologie e imparare a utilizzarle”. Gli approcci sono dunque eterogenei, ma i temi trattati sono fondamentalmente l'impatto delle nuove tecnologie sull'ambiente e sull’uomo. Gli artisti sentono l'esigenza di utilizzare i mezzi della produzione scientifica per elaborare opere sulla biodiversità e il terrorismo biologico. Tra i principali autori l’americano Gorge Gessert e la portoghese Marta de Menezes, che in laboratorio sperimentano nuovi mondi che si discostano da quelli imposti dal mondo scientifico più strettamente legato alle logiche del mercato medico e farmaceutico. È particolarmente nota l'opera di Eduardo Kac, GFP Bunny, in cui l’artista brasiliano ha prodotto in laboratorio un coniglio transgenico luminescente di nome “Alba”. In questa direzione opera il collettivo SymbioticA. Il gruppo australiano utilizza tessuti animali e umani per produrre sculture semi-viventi. Questi nuovi oggetti artistici, ad esempio in Disembodied Cuisine, forzano lo spettatore a riflettere sull’uso alternativo delle biotecnologie per rispondere alle esigenze del mercato dell'alimentazione. In Italia ci sono invece alcune importanti esperienze nel percorso artistico di Piero Gilardi, soprattutto nelle pratiche relazionali e interattive che fanno ricorso ai nuovi media, la ricerca di Dario Neira, che unisce pratica medica e arte attraverso il linguaggio per la messa a punto di statement verbali che possono creare un iniziale shock e disagio, oppure il duo Andrea Caretto e Raffaella Spagna e in parte Ettore Favini, le cui opere, non necessariamente impiegando le biotecnologie, riconoscono all’arte non solo un valore culturale, ma anche sociale, poiché volte a ottenere un impatto sulla coscienza collettiva.

Qual è il rapporto tra un'opera d'arte ambientale e lo spazio museale?
Lo spazio museale ha sempre rappresentato una realtà molteplice. Nel corso degli anni i musei e i centri d’arte hanno rivelato la loro morbida natura nel sapersi adattare a tendenze ed esigenze nuove, le stesse che caratterizzano la complessità dei fenomeni artistici e culturali della contemporaneità. Superata l’estetica del white cube e alcuni casi dell’archimuseo, oggi l’opera d’arte è tornata, a diritto come dovrebbe essere, oggetto principale dell’attenzione critica. Per quanto il contorno abbia una sua importanza, è sempre il contenuto, e non il contenitore, a significare. Nel caso di opere d’arte ambientale, o biotecnologiche, lo spazio deve essere principalmente funzionale, possedere cioè un corretto livello idrometrico, l’oscurità delle sale nel caso di proiezioni e l’uso di microscopi, un’umidità e calore costanti nel caso di opere costituite da vegetali e animali. La struttura museale diventa spesso colei che non solo ospita, ma produce le opere a seconda delle caratteristiche tecniche e ambientali di ciascuna.

Quello che varia, e anzi muta in modo sostanziale rispetto all’allestimento di una normale mostra, è la cura costante e quotidiana per qualsiasi forma vivente presente nelle opere, la stessa attenzione che si ha verso se stessi e che si dovrebbe avere responsabilmente verso il mondo.

Ha senso parlare di "mercato" per questo genere di opere?
Nell’epoca delle reificazione, accentuata dalle tendenze privatiste del neo-liberismo, il mercato esiste per qualsiasi cosa, anche per i rapporti umani. Nel bene e nel male (collezionismo e mecenatismo nel primo caso, speculazione nel secondo), anche l’arte ambientale o biotech segue determinate logiche.


Dagli anni '50 ad oggi cosa è cambiato nel connubio arte-ambiente?

Negli ultimi anni c’è un ritorno sempre più forte alle pratiche, in un certo senso elementari, del tradizionale saper fare “agricolo”. Gli artisti recuperano tradizioni e credenze, che spesso sono caratterizzate dall’esser local, trasformandole in operazioni relazionali dove l’estetica è nel processo e nell’esperienza, più che nel risultato formale. La relazione arte e ambiente sembra aver ritrovato un suo equilibrio attraverso discipline come l’antropologia e la cultura materiale aggiornata con mezzi tecnologici. Per molti artisti ripartire dalla terra vuol dire cercare di individuare le basi, semplici e antiche, per una comprensione più profonda dei fenomeni naturali: un ritorno a ciò che è essenziale per una coscienza ecologica collettiva e autentica.

 

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Claudio Cravero, torinese, classe 1977, è un curatore indipendente, la sua ricerca è rivolta a tematiche inerenti i concetti di alterità, confine e memoria. Attualmente svolge attività curatoriale presso il PAV - Centro Sperimentale d’Arte Contemporanea di Torino (ne abbiamo parlato qui).

Nell’ambito dell’Art program diretto da Piero Gilardi, la sua ricerca indaga principalmente le problematiche artistiche proprie dell’arte del vivente e dell’evoluzione dell’arte cosiddetta ambientale.

Ha condotto ricerche e studi per il dipartimento di Visual Arts dell’Istituto di Cultura Italiana di New York, U.S.A. (2004), il Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea (istituzione con la quale ha collaborato fino al 2006), e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino nell’ambito del progetto di mediazione culturale coordinato da Emanuela De Cecco (2002-2003). Oltre ad aver seguito l’attività redazionale per il progetto “Arte Pubblica e Monumenti” di OfficinaCittàTorino, 2007/08, è collaboratore del magazine Exibart.

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