Scambi e distanze: Intervista a Luca Bertolo
Ha esposto in istituzioni pubbliche come la Kettle's Yard a Cambridge, Palazzo delle Papesse a Siena, il MACRO di Roma, e gallerie private come The Front Room Gallery a NY, Arcade a Londra, Wide Gallery a Berlino, Galleria SpazioA a Pistoia e Galleria Alessandro De March a Milano. È stato l’ultimo artista a salire sul tram del Progetto Diogene a Torino (settembre 2010). Qui, ci racconta la sua esperienza.
Sei stato il quarto artista a salire sul tram Diogene. Com’è stata questa esperienza?
Ottima.
Ritieni importante lo scambio con gli altri artisti? E con il territorio che ti ospita?
Lo scambio di opinioni con altri artisti è vitale, sempre. Lo scambio col territorio è un fatto biologico, ancor prima che culturale, inevitabile: bello/brutto, facile/difficile, desiderato/non desiderato... dipende dalle situazioni. Quanto a Torino, ne sono entusiasta. É una città che in questo momento storico offre una commistione quanto mai rara e preziosa tra civiltà e offerta culturale. Mi sono informato seriamente sulle case in affitto...
Com’è nato il lavoro che hai prodotto durante la residenza e quanto ha influito l’esperienza che stavi vivendo?
Lavoravo già da un po' a un'idea per un nuovo libro d'artista, in cui il nucleo del mio intervento doveva essere la scrittura e non, come in altre esperienze precedenti, le immagini. La scrittura è un po' come un fiume, raccoglie tutto quel che dalle sponde cade: qualcosa galleggia, qualcosa va a fondo, qualcosa cambia un po' il colore dell'acqua...
Hai vissuto in diversi paesi, in Europa e non solo, ti sembra che in Italia, per quanto riguarda la mobilità di artisti e curatori, ci siano buone possibilità?
Dipende da quale prospettiva si guarda al nostro paese. In senso geopolitico facciamo ovviamente parte del club dei privilegiati: pelle bianca, redditi medi alti, e un passaporto che ci dà libera circolazione in tutto il mondo. Limitando la visuale al ristretto sistema dell'arte, siamo al contrario ancora parecchio indietro (rispetto al resto d'Europa, Nord America, Australia, Nuova Zelanda, ma anche rispetto a tanti altri paesi meno ricchi): istituti di cultura italiana all'estero costretti a lavorare con budget tra 10 e 100 volte inferiori a quelli di Inghilterra e Germania; un sistema di Artist in Residence che sta cominciando solo ora a nascere, con un decennio e più di ritardo; poche o inesistenti le borse di studio per artisti italiani all'estero e così via. Il problema riguarda la cultura nel suo complesso, che in Italia continua a essere considerata come un lusso superfluo invece che il brodo primordiale per ogni genere di sviluppo.
Secondo te, un progetto come Diogene (dove sono gli artisti stessi a progettare un percorso che coinvolge altri artisti) può essere considerato una risposta ad alcune carenze di un sistema?
Certo. Ogni forma di volontariato serio ammortizza un po' le carenze dell'istituzione pubblica. Ma in questo caso c'è molto di più. Se anche Torino (l'Italia in genere) pullulasse di stupende istituzioni che supportano e incentivano gli artisti, i loro curatori e direttori – che, come insegna l'esperienza, sarebbero per il 99% dei non artisti – non potrebbero avere quella sensibilità dovuta all'esperienza che tipicamente gli artisti hanno. Non che le idee o i giudizi di un artista siano, ipso facto, più validi di quelli di un curatore: semplicemente sono (spesso) diversi. E una serie di approcci davvero diversi all'amministrazione dell'arte rappresenta una ricchezza, credo, sia per gli altri artisti, che per i curatori, che per il pubblico.
Qual è stato per te il momento più importante (per lo scambio e il coinvolgimento) della tua residenza torinese?
Ce ne sono stati vari, anche privati, per così dire, con delle persone e con situazioni quotidiane della città. Mi è sembrato poi interessante l'incontro-performance che, insieme al mio amico curatore Davide Ferri, abbiamo tenuto al circolo dei lettori. Tra l'altro, il Circolo dei Lettori mi ha impressionato, per la bellezza del luogo come per la ricchezza del programma. In ogni caso, quell'incontro col pubblico s'intitolava “Abstand-Politik”, che significa “Distanza-Politica”, ed era costruito come un dialogo a proposito di certi miei lavori artistici precedenti in relazione al concetto di distanza. Per mettere in pratica da subito una forma di distanza, le mie risposte alle domande di Davide o a quelle del pubblico erano in tedesco (tradotte via via in italiano da una traduttrice). Considero la distanza, in un contesto di senso psicologico o culturale, come un dato (o movimento) essenziale. Persino gli occhi della tua innamorata: sei costretto a tenerli a una certa distanza se vuoi metterne a fuoco lo sguardo...