VANESSA BEECROFT A BRESCIA E NAPOLI

Occhiello: 
Alla Galleria Massimo Minini e alla Galleria Lia Rumma i video con le performance della prorompente artista genovese

Beecroft"La terra è un riferimento alla land art, molto scura e umida, come la terra ricca dei campi coltivati. La performance contrappone la purezza dei corpi femminili, la loro nudità, con il colore sporco della terra e la sua materia. Alcune modelle sono simili a gigli e altre simili a patate". La Galleria Massimo Minini ospita fino a settembre un gruppo di grandi fotografie e il video della performance VB53 realizzata da Vanessa Beecroft (Genova, 1969) nel 2004 al Tepidarium, progettato da Giacomo Roster nel 1880, una casa di vetro che fa parte del Giardino dell'Orticoltura di Firenze. La performance si compone di ventuno modelle nude, alcune di carnagione chiara e altre scure, che l'artista ha disposto ferme in piedi su un monte di terra. Le figure esili, i corpi sinuosi, l'esplicita nudità si contrappongono al terreno umido e sporco. Le ragazze sono disposte in un gruppo dapprima compatto, tutte in posizione eretta, che si scompone lentamente: le modelle si lasciano cadere accasciandosi sulla terra, venendo a contatto con essa, sporcandosi. Interrate come gigli o patate, le donne, dai capelli lunghi o raccolti, richiamano l'antica pittura di Sandro Botticelli o di Filippino Lippi, che dipinsero delle Maddalene penitenti dai capelli di lunghezza sovrannaturale. Anche qui come in tutti i lavori della Beecroft, il corpo è protagonista, spesso nudo o con pochi accessori, scarpe dai tacchi vertiginosi, calze o parrucche dai violenti colori. La bellezza femminile è indagata nelle sue molteplici sfaccettature, nella sua fisicità, forza e fascino. Corpo, bellezza, identità, si intrecciano con richiami all'arte del passato, a motivi autobiografici e alle suggestioni derivanti dallo spazio circostante, con rigorosa attenzione all'impatto scenografico e figurativo che rende le performances della Beecroft più vicine alla pittura che all'azione performativa.

Nel 1993, mentre sedeva svogliata nell'aula di disegno figurativo dell'Accademia delle Belle Arti di Brera, Vanessa Beecroft italianissima nonostante il cognome inglese ereditato dal padre (attualmente vive a New York), ebbe un'intuizione: i modelli viventi possono essere una forma d'arte più interessante dei disegni per i quali posano. E così al termine del corso di studi realizza la sua prima performance con un gruppo di ragazze incontrate per strada, vestendole con i suoi abiti. Da allora le ragazze diventano il suo "materiale". Oggi Vanessa Beecroft è una delle artiste italiane più quotate internazionalmente, protagonista di rassegne nei più prestigiosi musei, dalla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia alla Kunsthalle di Vienna al Solomon R. Guggenheim di New York al Castello di Rivoli che le ha dedicato recentemente un'ampia retrospettiva. La performance VB52, realizzata a Rivoli, viene ora riproposta presso la sede napoletana della Galleria Lia Rumma (fino al 1 luglio). Nel video appare un tavolo di cristallo trasparente lungo dodici metri con trentadue posti a sedere, dove sono state servite delle portate colorate a un gruppo di donne formate da modelle e da esponenti della Torino bene. Con il consueto atteggiamento distaccato, che contraddistingue le figure femminili scelte dall'artista, le donne si muovono con gesti lenti, hanno sguardi persi nel vuoto e assaggiano con aria distratta i cibi che vengono serviti, cibi privati di qualsiasi componente voluttuosa. Anche in questo lavoro l'elemento coloristico svolge un ruolo importante, seguendo un codice prestabilito: le portate e le bevande entrano in scena seguendo una successione di toni monocromatici che vanno dal bianco, al rosso, al verde, all'arancio, al viola. E le protagoniste anche in questo caso sono giovani donne anoressiche, esili, che la Beecroft traveste con parrucche rosso vivo, con calzettoni di lana, con calze di nylon gialle, con tacchi a spillo di plastica trasparente, con stivali di pelle, con bikini neri, arrivando a comporre un forte impatto visivo e formale. Alle ragazze (in un primo tempo donne conosciute casualmente, poi modelle professioniste) viene chiesto il rispetto di alcune regole: non devono recitare, devono muoversi in modo naturale, non devono parlare, non devono fare movimenti rapidi. Sono figure filiformi, imperturbabili, indifferenti, inapprocciabili. Ricordano le donne dei dipinti di Piero della Francesca e di Rembrandt o quelle dei film di Jean-Luc Godard, di Roberto Rossellini o di Fassbinder. Le performances della Beecroft con il passare degli anni si sono fatte sempre più sofisticate. Ogni opera è un'accurata coreografia costruita intorno a un concetto che comprende la forma, il colore, l'abito e il rapporto tra le modelle, lo spazio e il pubblico. Tutte le performances dell'artista, che intitola con le proprie iniziali, sono altrettanti capitoli di un'unica opera, che ha come tema la messa in scena del corpo. Una ricerca identitaria che avviene attraverso opere che hanno la stessa potenza coloristica e compositiva di un grande dipinto figurativo, ma non sono dei dipinti. Hanno la presenza spaziale di una scultura, ma non sono sculture. Sono eventi dal vivo. Dipinti in movimento o sculture viventi. Pittura tridimensionale, forse. Autoritratti concettuali, soprattutto. In cui la Beecroft riflette sulle nevrosi della nostra società, dando forma alle sue ossessioni carnali, dove la nudità non ha nulla di erotico, ma è un qualcosa di distante e di asettico.

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