Caffé, fragola e limone.
Gelato, caffé, fragola e limone. Carruba, caffé, mandorla e melone. Bigné, caffé, champagne, fragola e limone. Menù, frappé, dessert, caffé, fragola e limone. Mi lecco i baffi, se ci penso: una goduria di sensi! Ah, sì, anche: caffé, melograno, cioccolato e mostarda! Sono tutti i sapori della mia infanzia…sono tutti i sapori della mia vita…la mia splendida vita…passata…andata ormai…oh, vita mia, quanto mi manchi, sai? Ah sì, pure: caffé, ciambella, nocciola e torrone! Per non parlare di: panna, cioccolato, caffé e tramontana! Ahahah! Tramontana perché non mi piaceva il sapore del burro di cacao sulle labbra…ma quello di caffé…eccome se mi piaceva…
Eravamo su una spiaggia di Coimbra, reduci da un’atroce nottata a fare l’amore con le più belle ragazze del paese. Quant’erano belle…e poi ad ubriacarci come spugne! Dovevo guidare fino in paese, avevo bisogno di un caffé: ecco, quello è stato il caffé più bello della mia vita! Il sapore più bello della mia gioventù! Quelle belle ragazze stese ad asciugare il sudore della passione…e quell’odore acre misto al forte gusto di caffé, al suo amaro pungente…lo ricordo vivido, come fosse ieri, lo sento ancora risalire attraverso le narici…
Ah, e poi a Las Vegas! Lì è stato poco tempo fa! È stato il mio ultimo viaggio! Come ultimo viaggio ho scelto la patria dei casinò…quello scintillio di luci e frecce, e automobili e insegne, e bar, e negozi…tutto luminoso, tutto travolgente, colorato…volevo giocarmi tutto, anche i ricordi…ho giocato per notti intere senza sosta, senza dormire, se non qualche ora prima di cena…giocavo all’impazzata…e mi appostavo sempre alla solita slot machine, accanto al distributore di caffé, per durare più a lungo! Ahah! Quanto mi sono divertito! E solo avvicinare la tazza al naso mi svegliava e mi spalancava gli occhi! Quell’amaro misto all’odore dei soldi era una droga irresistibile, una pure tentazione! Caffé, banconote, fragole e limone, questo mi mancava! Sapore vero…sapore di vita passata...
Ma oggi quel caffé non mi sembra più aver quell’amaro odore di caffé, mi sembra odori di plastica. Lo bevo ancora, nei miei ricordi, inchinandomi al suo sublime buon gusto…ma quel caffé, quello vero, della mia gioventù…ah, caffé! Ah, ricordi! Di quell’amaro zuccherato che ti si scioglie in bocca! Come la vita: dura un attimo, ma è buonissima! E dopo, una sigaretta ci sta da Dio! Una bella sigaretta rossa, forte, dalla mia extraconfezione da cento…una sigaretta lunga un caffé, un caffé lungo una sigaretta. Una vita lunga meno di tutte e due messe insieme. Per perdersi in un attimo fra i ricordi amari di una vita bellissima, fuggita via veloce…come il caffé…
“A cosa stai pensando, papà?”
Mio padre, sdraiato su quel suo letto da ospedale, con lo sguardo vuoto, fisso fuori dalla finestra, mi preoccupa sempre di più. Non parla, se non con la voce dei ricordi, che rimbomba dentro di sé, giorno dopo giorno. Lo vedo sorridere impercettibilmente, a volte. Chissà a cosa pensa…
“Papà?”
Guardo mia figlia lentamente. Com’è bella mia figlia! È mamma di due adorabili bambine! È alta, occhi azzurri come mia moglie! Com’era bella mia moglie… Non le rispondo, le sorrido impercettibilmente, battendo le palpebre pesanti.
Mio padre non mi risponde, come al solito, mi sorride appena, con quel suo fare triste, e io mi sento morire ad ogni suo battito di ciglia…”Ti voglio bene, papà…”
Gli stringo forte la mano grinzosa e per un pelo non mi escono le lacrime: ma che mi prende? “Adesso, devo andare a lavoro, papà, devo dare il cambio al bar…viene, Marco, però, sarà qui fra qualche minuto! Ciao!”.
Mi allontano a passi decisi dall’ospedale, con la promessa che alla fine l’accetterò, sì, l’accetterò: accetterò che mio padre sta morendo, e che io non posso farci niente!
Al bar è una giornata caotica, gente impaziente, tavolini pieni zeppi di cartacce e cicche di sigarette…mi do da fare come al solito, cercando di non pensare a mio padre. Ci do proprio dentro, ma il pensiero corre subito da lui: lavorando in un bar, non posso far a meno di maneggiare tazze del caffé. Mio padre è il caffé, per me…soprattutto, quando ero bambina la pensavo così! Lo vedevo assaporarlo, bagnandovisi i baffi, e pensavo che dovesse essere senza dubbio la cosa più squisita a questo mondo…ero invidiosa! Oggi bevo un caffé al giorno, e mi rendo conto che la magica bevanda, avendo perso il misterioso fascino che aveva per me da bambina, non è più niente di speciale, anzi, è diventata un’abitudine…brutta cosa l’abitudine! Ti fa entrare nella vita come se non ti riguardasse, ti fa servire ai tavoli, al lavoro, con la mente da un’altra parte. Ti fa baciare tuo marito e le tue bambine a casa come se niente fosse, come se quei baci non avessero valore per te! Ti fa scorrere tutto davanti come in un film, non si sentono più nemmeno gli odori, nemmeno il più forte, il più nero, il più intenso, il più carismatico dei profumi: il profumo del caffé. Se lo sapesse mio padre, per cui il caffè è sacro, certamente si preoccuperebbe per me, penserebbe che sono pazza, malata, triste, depressa, e forse non avrebbe tutti i torti. Ma come faccio ad essere felice, a servire ai tavoli sorridendo, a vivere la vita da vera protagonista, se lui è la, che muore ogni giorno di più, e non mi fa penetrare nei suoi segreti? Si tiene tutto dentro, ci sono solo lui e i suoi ricordi, e io, lì, accanto a lui sulla seggiola, servo solo da suppellettile d’abbellimento. Non ci sono per lui, non mi parla e non mi guarda nemmeno. Perché mi fa soffrire così, quel farabutto di mio padre, maledizione? Torno a casa, stiro, lavo, cucino, do il bacio della buonanotte alle mie figlie, faccio l’amore con mio marito Marco, come ogni sera quando torna dal lavoro, leggo poche pagine del libro che tengo sul comodino, spengo l’abatjour e chiudo le palpebre pesanti…ed ecco di nuovo quella sensazione di “quasi pianto”, mista all’ormai nota sensazione di “abitudine”, mista a tristezza, nostalgia di mio padre: ma perché? Perché mi fa soffrire così quel farabutto di mio padre, perché? Una lacrima scende dalla gota al mio cuscino, ma c’è troppo buio perché Marco se n’accorga. Così resta invisibile lì, senza far rumore. Senza che nessuno la veda. Lacrima nera, amara, corposa: lacrima di caffé.
Il mattino seguente mi sveglia un funesto presentimento. Mi vesto di corsa, porto a scuola le bambine, corro all’ospedale: mio padre è sempre lì, più morto che vivo, ma pur sempre vivo. Non distoglie lo sguardo dalla finestra, mi siedo più vicina a lui, giusto per verificare che respiri, mi sporgo sul suo viso con l’orecchio teso, e ad un tratto…sento il suo odore! Odore di caffé! Ma non è possibile! Mio padre è in fin di vita, non può bere caffé! Annuso con circospezione, poi con sospetto, poi con angoscia, e mi accorgo che è davvero l’odore del liquido scuro, linfa vitale degli anni d’oro di mio papà! Mi guardo attorno indispettita, cerco chi ha compiuto il misfatto! L’odore è intenso, il traditore deve aver compiuto l’atto immondo solo da pochi minuti! Una tendina si muove paurosa, ai lati della stanza. Mi alzo, vado per spalancarla, ma prima che l’afferri, si apre e ne esce un’infermiera sui sessanta. Rossetto malmesso, odore di sigarette. Cuffietta ingiallita, occhi spaventati. Mi saluta intimidita: “Buongiorno signora Gildi!”, “Buongiorno a lei!”, rispondo. La guardo gelida e l’accuso ancor più gelida, con un rimprovero velato: “Sa niente dell’odore intenso di caffé che emana mio padre, malato gravemente e con poco da vivere, infermiera?!”. Ero furibonda, fuori di me! Mio padre non mi parlava da settimane, mesi forse, e invece a quell’infermiera sì, quella vecchia infermiera baffuta! L’aveva sicuramente pregata di avere un po’ di caffé, come ultima gioia da trarre dalla vita! L’infermiera coglie il filo dei miei pensieri maligni, la sua espressione è sicura ormai, quasi grave: “Non mi aspettavo che venisse di mattina presto, lei, signora Gildi, generalmente viene sul tardi. È da settimane, mesi forse, che suo padre, pover’uomo, mi prega d’avere un po’ di caffé, come ultima gioia da trarre dalla vita! E io, signora Gildi, dopo qualche tempo ho ceduto, non ho mica un cuore di pietra come lei!”. Nel pronunciare le sue ultime parole aveva un tantino esitato, l’infermiera baffuta, e c’era un pizzico di preoccupazione nei suoi occhi nel vedere la mia reazione. La guardo indispettita, poi disgustata, poi arrabbiata, la guardo dritta negli occhi e le dico: “Se non vuole perdere il suo lavoro, infermiera carissima, non dovrà più ripetere quest’ammirevole atto di carità nei confronti di mio padre, anche se è lodevole davvero, e a dir poco commovente, quello che fa per lui, per me, per tutte le persone che gli stanno vicine e che tremano dalla paura, ogni notte, al solo pensiero che possa morire!”. Morire. Morire l’ho detto gridando. Di una voce stridula, però, acuta, che vibrava alta, al ritmo delle mie ansie e paure. Sono profondamente scossa. Almeno quanto l’infermiera baffuta: le si gonfiano gli occhi, si affretta ad uscire dalla stanza, lo sguardo fisso sul pavimento, la testa che va appena su e giù, in segno d’assenso. Mio padre distoglie lo sguardo dalla finestra, rivolge un sguardo triste, di commiato, alla sua amica infermiera, vedendola uscire colpevole dalla stanza. Ma io non me ne accorgo nemmeno, e quando sono di nuovo vicino a lui, eccolo ancora guardare fuori dalla finestra, con lo sguardo più vuoto del solito, e le sopracciglia inarcate, come a voler dire qualcosa di spiacevole.
“Papà, l’ho fatto per te! Per proteggerti! Adesso ti sentirai meglio, vedrai! Devo andare, ora…si è fatto tardi, ciao papà! Ti voglio bene!”, lo saluto con un bacio sulla fronte, perché mi sentivo in colpa. Mi sentivo in colpa, anche se sapevo di aver fatto la cosa giusta. O forse no?
I giorni passano, il lavoro aumenta, le bambine vanno bene a scuola, mio marito riceve un aumento sul lavoro, perciò doppio sesso prima di andare a dormire, venerdì sera. Accompagno le bambine a lezione di canto, torno a casa, mi faccio un doccia, esco. Rientro, passo l’aspirapolvere in cucina, guardo un film. Dormo, leggo, cucino, mangio. Anche l’abitudine mangia, appetitosamente, ogni mio gesto, ogni mio sentimento, è lì che mi divora, acquattata negli angoli delle mie giornate, a ricordarmi sempre, giorno dopo giorno, il volto di mio padre in ospedale, finché…la telefonata.
“Pronto, casa Gildi?”
“Sì, chi parla?”
“Qui l’ospedale Termo-hospital, signora, c’è una comunicazione urgente per lei”
”Oh Signore, come sta mio padre?!”
“Non siamo tenuti a fornirle informazioni telefonicamente, signora. Il Dottor Manchi la riceve d’urgenza nel suo studio questa mattina. È pregata di presentarsi subito in accettazione per l’appuntamento”
”Sto arrivando, grazie!”
Riattacco senza salutare. Esco senza fare la doccia, senza vestirmi, senza lavarmi, senza spazzolarmi i capelli. Esco in camicia da notte, scalza, infreddolita. Corro, corro senza fermarmi, corro con tutta la gente del quartiere che mi guarda sbigottita, divertita, preoccupata. Corro, ma non riesco a vedere niente. Corro e tutto è offuscato attorno a me, perché corro e piango, corro e piango, corro e singhiozzo dentro me. Corro e urlo piano, perché la gente potrebbe sentirmi. “Papà…papà…”
Corro sempre più veloce, il cuore mi pulsa forte nelle vene, nelle tempie, nelle caviglie, nel pancreas. “Scusa, papà, scusa, pensavo fosse la cosa giusta…scusa…”
Arrivo in ospedale e vado incontro al ragazzo dell’accettazione che mi ha telefonato poco prima. Mi offre il suo camice e mi guarda con aria triste. Sto singhiozzando rumorosamente, e non urlo più piano, urlo forte, fortissimo, con ansia e con angoscia, e solo l’abbraccio sconsolato dell’assistente mi fa capire d’essere ridicola. “Signora si calmi, la prego, il Dottore le parlerà fra poco, non faccia così…”. Faccio sì con la testa, asciugo il naso con la mano. E poi gli occhi, e poi mi sistemo i capelli. Mi sento tremendamente ridicola. “Signora Gildi, l’aspettavamo!”: è il medico Manchi che mi parla, alle mie spalle, m’invita nel suo studio, mi fa accomodare e mi offre una tisana. “Mi dispiace che lei sia in questo stato, Signora. È in grado di ascoltare quanto ho da dirle?”. Faccio sì con la testa, tenendo con tutte e due le mani la tazza fumante di tisana. Tuttavia, non ne sono davvero sicura. “Suo padre è peggiorato molto negli ultimi giorni. Non riusciamo a spiegarci come sia potuto accadere, la somministrazione di farmaci è la stessa, il trattamento sembrava essere molto positivo ai fini del ritardo del decesso, come lei sa, inevitabile…ma vede, suo padre è molto triste. Crediamo, infatti, che il regresso registrato sia da attribuire a cause psico-fisiche, ecco, emotive, per intenderci. Per quanto silenzioso e introverso in sua presenza, prima di questo periodo di peggioramento, dava segni di vitalità al personale che lo ha in cura, a me compreso! Raccontava eventi della sua gioventù, e questo dimostrava limpidezza e ottima capacità di ragionamento! Ma adesso, signora Gildi, il decesso è previsto con ampio anticipo rispetto alle nostre previsioni di partenza. Non dorme più, non mangia più, non proferisce parola da settimane, e questo ci preoccupa e ci rende pessimisti! Sono addolorato signora Gildi, ma è mio dovere e compito tenerla informata d’ogni accertamento e cambiamento della salute di suo padre. Mi dispiace, signora, mi dispiace davvero. Il decesso è previsto per martedì prossimo”. Il Dottor Manchi mi guarda tristemente, mi posa una mano sulla spalla e mi sta vicino senza dire una parola. Io fisso la tisana. È color ciclamino, ha un sapore pessimo, sa d’ospedale.
Magari decine e decine di persone l’hanno bevuta, fino ad ora, nella storia di questo ospedale, prima d’essere annunciata loro la morte prossima di un loro parente, amico, conoscente, familiare, amante, giardiniere. Ne avevano bevuta appena un quarto, e poi contemplata assenti, come sto facendo io. Tenendo la tazza con tutte e due le mani, e con addosso gli stessi abiti che avevano un attimo prima, a casa, al lavoro, in macchina, dal meccanico, che rendono noto a tutti quello che stavano facendo al momento della telefonata: io, com’era palese dal mio abbigliamento, stavo dormendo. Resto immobile, fissando la tisana raffreddarsi. Cedimi il tuo calore, tisana, andiamo, ne ho di bisogno…ti prego tisana, ho tanto freddo, al cuore e alle gambe, all’animo e alle braccia… “Ti prego, tisana…ti prego…”. L’ho detto a voce alta, senza rendermene conto, le lacrime che vanno a finire dentro la tazza, le mie mani che la lasciano cadere a terra, la tazza che si frantuma, la voce che si spezza, il fiato che manca. Le gambe che tremano, la gola che incalza, incalza un pianto disperato e profondo, come il canto di un lupo mannaro allo spuntare della luna piena.
Canto per tutti i miei simili, con l’abbraccio del dottore che prova a scaldarmi, ma che non ce la farà mai. Canto per quanti hanno bevuto quella tisana color ciclamino, e che una volta usciti di là, non hanno più bevuto niente di lontanamente simile. Canto alla luna piena, con tutta la mia tristezza, con tutta la mia rabbia, come un lupo che non ha più casa, più branco, più destinazione, come un lupo che non sa più cosa sia la passione di vivere. Come un lupo abbandonato, abbandonato per sempre all’abitudine della sua vita.
Clara Raimondo.

