La bolla che ha paura di volare.

Le bolle di sapone non si lasciano fotografare. Del resto, non hanno la pretesa di essere eterne. Si possono immortalare solo quando sono ancora un sottile strato di sapone, teso dentro la circonferenza dell’arnese rotondo. O quando sono ancora liquido schiumoso, dentro la boccetta. Ma quando sono in aria, loro volano. Volano e non si fermano per nessuno, non si mettono in posa. Sono attimi di felicità inafferrabili, istantanei, bellezza senza tempo, ma velocissima. Quando sono in aria, loro volano. In alto, poi in basso, poi in gruppo, poi solitarie, poi scoppiano, si accorpano, cadono, si attaccano al pavimento, muoiono. Quando sono in volo, offrono una vita spettacolare attraverso la loro consistenza trasparente. Una vista bordata di viola, che racchiude il mondo entro una sfera di perfezione. Fragile ma perfetta, bolla. Mostra il mondo com’è veramente: piccolo e stupendo. Bordata di azzurro e di perla, bolla, illuminaci, mostraci la vera natura della vita. E poi, se cerchi di riafferrarla, con l’arnese rotondo, ecco che scappa via, lontano, non si lascia prendere, perché una volta che è volata via, è per sempre. Alla paura di volare cedono solo le più deboli, o le più pesanti, o quelle che restano attaccate alla circonferenza di plastica, quelle che non ce la fanno a vivere da sole, che non ce la fanno a spiccare il volo. Una bolla del genere preferisce attaccarsi alla sua matrice e abbandonarla solo se si scuote l’affare rotondo violentemente, solo se non hanno altra scelta. Però, prima di farla andare via con la forza, si scatta una foto! Perché questo è un caso raro, è un caso anomalo: una bolla che ha paura di volare.

 

La bolla che ha paura di volare.

 

Nasco da un miscuglio chimico che fa tanto odore, per nascondere le schifezze industriali e gli additivi che ci stanno dentro. Mi dicono che non sono degna d’essere una bolla di sapone, che le bolle di sapone sognano la libertà, sognano di spiccare il volo, e fare quelle giravolte che tanto mi fanno venire il mal di mare. A me non è mai piaciuta la vita spericolata, non sono come Vasco Rossi, perché farmene una colpa? E tutte le mie gemelle, che tanto si ostinano a cercare la felicità, la loro rotta, mi sembrano delle sciocche: non ce n’è una – dico, una! – che resti in aria più di trenta secondi! Dopo i trenta secondi, puff: giù per terra, spiaccicate! Ma dove sperano d’andare? Siamo solo bolle di sapone, noi! Nate dall’alito puzzolente di latte di un bambino, abbiamo anche un po’ di saliva in corpo, perché i bimbi più piccini si sputacchiano tutti a tirarci fuori dall’affare rotondo, che è la nostra madre. Nostra madre ha denti zigzagati, in modo che accumuli più liquido possibile sulla sua superficie e, al soffio, le bolle nascano grandi: le bolle più estese sono il suo orgoglio, le guarda allontanarsi con una certa soddisfazione, come con i figli che partivano per la leva militare! Come se ci fosse qualcosa di cui andare fiere ad essere obese come vacche al macello! Che male c’è a voler essere piccine, a voler restare attaccate all’affare rotondo, voler prendere solo un po’ di sole, sentire un po’ le carezze del vento – giusto un po’, o quel mascalzone ti scoppia ed è la fine! – e poi tornare dentro? Dentro la boccia, a sguazzare, in mezzo a mille bollicine: è qui il mio posto! Non ho mai lasciato questo posto, e non ne ho nessuna voglia! Sto così bene, insieme alla mai saponata! Se fossi nata per questo? Per essere sapone, e non bolla? Che ne sa la gente che mi tira fuori e si ostina a volermi far volare? Io voglio stare qui! Mi piace qui, la boccia è la mia famiglia, la mia casa, non mi interessa volare, e non c’è niente di strano in questo. Ognuno ha il suo posto nel mondo. Forse io non godrò mai di fama internazionale, non entrerò mai nel “Guinnes dei Primati” come maggiore bolla mai esistita e mai resistita al freddo e al gelo…ma tutto questo non mi interessa! Quello che è importante è essere felici! E tutto questo pensare alla felicità, mi fa venire in mente un episodio terribile della mia vita: è stato per ferragosto. Il sole era cocente, la plastica della boccia era surriscaldata, mi andava di prendere una boccata d’aria. Era una giornata afosa, di quelle secche, che sembravano non finire mai! Così qualcuno pensò bene d’aprire il tetto di casa e farmi uscire…ma non lo fece come al solito, immergendo l’arnese rotondo e soffiandoci dentro! Vi giuro: vidi lo scarico del lavandino di casa, quel giorno, il lavandino della cucina. Metallico, freddo, minaccioso, ci salutava dal basso, pronto ad accoglierci – me e le mie amiche bolle ancora liquide. È stato orribile! Corsi verso il fondo della boccia, controcorrente, ero veloce, ma non abbastanza! E poi, le gocce di saponata più spaventate si aggrappavano a me e rallentavano la mia fuga di salvezza, mi mettevano angoscia, brulicavano di schiuma e urlavano: “Oh cielo, oh cielo, lo scarico, lo scarico!”. Poi, d’improvviso, la boccia si ribalta e siamo tutte inaspettatamente salve, tappate e posate sullo scaffale della cucina. Ma che diamine è preso a questa pazza famiglia? Volevano farci prendere un colpo? Sarà stato il bambino più piccolo, Samuel, una vera peste: ogni liquido che trova per casa, o finisce nello scarico o nella sua gola! E questo è un guaio, perché si deve star attenti con i concimi per piante! Sta di fatto, che quel giorno ci siamo salvate per un pelo, e così ho capito ancora più a fondo la bellezza di restarsene qui dentro, senza rischio di cadere, di spappolarsi contro un albero, o contro il vetro della finestra, o essere trafitte da piccole dita malvagie! E poi ci sono bolle che, un attimo prima di uscire fuori e volare, mi han detto: “Così non imparerai mai, Sam: qui dentro non sarai mai una vera bolla, non avrai mai vissuto! Vivi, Sam! Addio!”. Ma perché non volare, secondo loro, è come non avere mai vissuto? Io sono viva, qui dentro: penso, parlo, scherzo con le gocce di saponata, dormo, mangio, leggo ogni tanto, mi rilasso…volare è uno stress in confronto alla vita che faccio io! Prepararsi al lancio, l’emozione dell’uscita, il solletico del soffio, il vuoto sotto di sé mentre si fluttua e si precipita e si nuota sulle correnti d’aria che entrano dalla finestra…sono tutte sensazioni troppo forti, non reggerei ad un simile sforzo emotivo! Mi ucciderebbe! Meglio vivere di emozioni controllabili, emozioni che si possono tenere d’occhio, emozioni…quotidiane, ecco…d’abitudine! Anche perché, tanto, se si esce là fuori, mica il volo è per sempre! Quindi a che fare uscire? “Sam?”. Chi interrompe i miei pensieri? Ah, sì, è una goccia malata, è Cindy, goccia ai mirtilli, del gusto del sapone in cui sguazziamo. È malata e non può uscire dalla boccia, ed è tristissima per questo: che avrà da dirmi? Ancora con le sue nostalgiche visioni della vita fuori di qui? No, grazie, oggi non riuscirei a sopportarle! “Sam, ascoltami!” “Sì, Cindy cara, dimmi!” “Sam, non ti accorgi che la saponata sta finendo? Per questo volevano versarci nello scarico, a ferragosto! Poi, grazie al cielo, hanno pensato che non dessimo alcun fastidio, sebbene ci fossimo ridotte a pochi ml! Sam, tra poco la saponata sarà finita, che ne sarà di te? Non c’avevi pensato?” “Cindy, che dici, è da anni che vivo qui dentro!” “Appunto, Sam! Sta finendo, la saponata sta finendo! Nemmeno qui dentro è per sempre, l’arnese rotondo attinge sempre da qui, ci avevi pensato a questo, Sam? E tu avrai vissuto anni dentro questa campana di plastica senza renderti conto della bellezza della vita! Della bellezza sublime che sono il volo e il lancio e la libertà! Esci fuori, Sam, và! Io non posso farlo, altrimenti verrei con te! A me non è concessa tale gioia! Ma tu puoi, sei forte, sei in salute, vai, Sam! Vivi! Nemmeno qui è per sempre!” “Cindy, che…Cindy?”. Cindy scoppia e si disperde nella saponata. Mi guardo intorno in fretta, giro su me stesso, la cerco, la chiamo a gran voce: “Cindy?!”. Ma Cindy è morta. È svanita fra la saponata, si è disciolta in mille piccole bolle, e poi niente: il nulla. È così che muore una goccia di sapone. Lacrime di sapone scorrono sul mio viso, ancora non posso crederci, povera, povera Cindy…il suo ultimo pensiero è stato rivolto a me, il suo ultimo desiderio: che io viva! Cindy cara, grazie, grazie, ma io sto bene qui dentro, ho tutto quello che mi serve, una casa, degli amici…o forse no? O forse non sto bene qui? Forse dovrei smetterla con questa faccenda del volo. Non dovrei averne paura. Sono anni che mi accontento di sopravvivere, qui, in mezzo alla saponata sapor di mirtilli. Dovrei vivere, invece, e smetterla di ripetermi che va tutto bene, perché non ne sono nemmeno io così sicura. Forse, è lì fuori che troverei davvero tutto quello di cui ho bisogno, se solo non fossi così stupida e così codarda. Potrei volare, senza avere paura di soffrire. Forse Cindy voleva dire che soffrire fa parte della vita di noi bolle di sapone, soffrire nell’atto di infrangersi al suolo, soffrire nell’atto di essere schiacciate fra due piccole mani vispe e candide. Soffrire per una nobile causa, però: portare la felicità fuori dalla boccia, ed esprimerla in tonalità di viola, di azzurro, di bianco perlato e di vita, perché è questo che fanno le bolle. Con le loro mille sfumature acquerellabili, dipingono la vita con malizia, e proiettano le immagini entro sfere di sapone incantato, intrappolandole entro uno strato, come in sogno, e farne un piccolo tesoro entro uno scrigno trasparente d’incanto. Questo è lo scopo di ognuno di noi, ma io mi ostino a sfuggirne, rinchiudendomi in questa campana di plastica, ad oziare. Grazie Cindy: ora ho capito davvero.

 

 

 

Clara Raimondo.