Urà (site-specific installation, 2014)

 

URÀ

Installazione site-specific di Mattia Pirandello

Comunicato Stampa

In occasione della mostra collettiva “Armamari, my creativity for land”, presso gli spazi dell’Arsenale Borbonico della Marina Regia di Palermo, in stretta collaborazione con la Soprintendenza del Mare, sarà presentato al pubblico “URÀ”, prodotto ultimo di un progetto il quale, a partire dal tema del riciclo e del riutilizzo dei materiali, è concepito come una grande struttura che colpisce lo sguardo ed apre a nuove riflessioni.

Urà è infatti una scultura prevalentemente composta da legname recuperato da diversi luoghi abbandonati di Palermo, tra i quali spiccano i pezzi reperiti già adottati nella costruzione di un’altra installazione dal titolo ZUM all’interno di una chiesa sconsacrata in disuso del centro storico, la chiesa dell’Addolorata del Giglio.

La struttura di URÀ, di chiara ispirazione brutalista lascia trasparire la sua armatura, permettendo allo spettatore di essere libero di indagare la storia di ogni singolo componente: parti di luminarie delle festività liturgiche, pezzi di panche da chiesa, porzioni di graticcia e di vecchie quinte teatrali, corde di canapa, tutte condividono, pur nella diversità della propria storia, la medesima condizione e cioè quella di essere scarti di qualcosa che non c’è più, ma che ritorna a vivere in una veste nuova, in un altro contesto, in una nuova storia.

Ecco perché la forma finale che viene ad assumere l’opera è quella di un paguro, un animale marino che ha fatto della capacità di adattamento la propria peculiarità. Il paguro è costituito a livello biologico da una parte anteriore crostacea, dura, e da una parte posteriore invertebrata, utilizzata per adattarsi a qualsivoglia forma o contesto nel quale intende porre la propria dimora in relazione alla sua crescita e alle sue necessità.

URÀ, etimologicamente parlando, è la parte terminale del corrispondente greco del nome “paguro”, costituito da pàgos cioè “ghiaccio” e ourà cioè “coda”, dunque “coda dura come il ghiaccio”; grazie alla sua coda, il paguro può adattarsi al mondo esterno, ricercando una nuova casa. Ci troviamo chiaramente dinanzi ad una rilettura nuova e propositiva dell’uomo, o meglio, di un certo tipo di uomo, che si adatta al mondo ma in questo sforzo di adeguamento è interprete e dunque attore, modellatore di una nuova realtà che risponda alle sue esigenze. Una reciprocità fra uomo ed ambiente che annulla la tradizionale separazione fra un io soggettivo ed un esterno oggettivo, mettendo in risalto la ciclicità di un rapporto nel quale l’uomo agisce sul mondo, ma essendo parte del mondo, non può che lasciarsi permeare da esso. Ed è nella simbiosi fra l’uomo e la sua “Umwelt”, che si cela il legame più vero e profondo con il mondo, senza ricadute in un antropocentrismo ormai sterile, ma sempre tenendo presente l’importanza e la singolarità umana. Il paguro è una creatura nomade, in continuo movimento, sempre alla ricerca di un nuovo guscio da abitare; così nella civiltà umana la capacità d’iniziativa di chi si sposta ha una valenza maggiore rispetto a chi accetta determinati parametri o leggi stanziando e poltrendo all’interno della propria condizione.

URÀ è un invito a riconoscere, nella forza adattativa del paguro, la propria malleabilità intrinseca, quella che ha guidato anche l’iter della scultura in esposizione, frutto di un lungo lavoro di ricerca dei materiali, di progettazione, di assemblaggio, per giunta in diversi spazi di lavoro, che ha influenzato notevolmente l’idea iniziale dell’opera.

Il paguro Urà, con la sua struttura di otto metri di lunghezza per sei di larghezza, issato sulle nostre teste sembra guardarci beffardo ed orgoglioso, trionfante per il suo compimento. E ci lancia una sfida: sapremo muoverci anche noi? La posta in palio non è però un guscio da abitare. La sfida è ben più ardita. Ed è nel modo in cui la affrontiamo che ritroviamo la nostra vera umanità.

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Progettazione e costruzione Mattia Pirandello

Promozione e testo Sergio Barbàra