Fragilità

 

Nella serie de "Gli ossimori  del vivere" ricorro all'utilizzo di manichini che rappresentano sagome abbozzate della "non identità". Corpi alienanti, in cui soggettività e individualità si dissolvono, in antitesi concettuale con l'Umanesimo e la centralità dell'uomo. L'uomo perde  il proprio ruolo e la propria dignità: da soggetto ("homo faber") diventa oggetto,  parte dell'allestimento dell'opera, strumento di comunicazione di stati d'animo e condizioni universalmente traducibili.  Volti inespressivi; corpi sagomati, ma anonimi lasciano il centro della scena ad emozioni primarie ed ancestrali. 

 

In "Fragilità" sussiste la contrapposizione tra un inconscio vulnerabile, fintamente arroccato e barricato dietro a barriere difensive solide, algide, distanzianti. 

Nonostante l'apparente solidità, l'ostentata inemotività, traspare la labile natura di un'anima in balia della sofferenza che trasporta nella propria gabbia interiore. 

 

Il ricorso alla sagoma di donna è scelta emblematica: intento di richiamare con la sua forme e natura, realtà contrapposte (fragilità e forza) innate nello spirito femminile.

La fragilità di corpo gracile e sottile che sorregge il peso di costrizioni, obblighi, impegni; il peso del vivere. Prosegue fiera, come un soldato dall'elmo rilucente, nonostante il dolore di ferite inferte, nonostante le barriere costruite.

La forza del vivere, la dignità del soffrire. La determinazione nel continuare.