Giorgia Anastasia Nardin - Francesca De Isabella

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Cambridge - United States of America
07/04/2019 - 01/09/2019

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Il Progetto

IL PROGETTO

Con Tatik l'artista guarda al proprio corpo queer e diasporico, e sui modi in cui lo sguardo occidentale ha contribuito a modellarlo, colonizzarlo e confonderlo. Grazie alle attività di ricerca, workshop e residenza si approfondiranno e consolideranno i temi e la struttura del lavoro, che assumerà una forma performativoinstallativa, dove video e pratiche somatiche si incontreranno. Il progetto vede la triangolazione di tre importanti istituzioni: Università di Harvard, Court 13 Art di New Orleans e il ICA di Yerevan.

ENTE OSPITANTE

Il Diparimento di Lingue e Letterature Romanze dell'università di Harvard offre corsi di laurea e di specializzazione sulla tradizioni letterarie del francese, italiano, portoghese e luso-brasiliano, spagnolo e latino americano. La facoltà promuove inoltre gli studi interdisciplinari e incoraggia gli studenti a situare la letteratura nel contesto generale delle produzioni culturali, da quelle canoniche a quelle alternative.

A partire da questo approccio, i ricercatori del Dipartimento hanno dato il via a una conferenza di due giorni intitolata "Chiasmi", che avrà come oggetto il movimento Queer Italiano e un focus sui pensieri e le pratiche italiane di sovversione culturale nel 2019. L'obiettivo è di riunire artisti, attivisti, studiosi e ricercatori intorno a un dibattito che in Italia rimane ancora fuori dal discorso istituzionale.

Court 13 Arts è un'organizzazione no-profit con base a New Orleans che celebra l'incontro da arti performative e visive, e promuove gli artisti che le sviluppano. 

ICA-Yerevan è un centro aperto di design di progetti culturali contemporanei e produzione di progetti artistici. 

L'intervista

Ci racconti innanzitutto cosa è Tatik? Come si svolge?

Tatik è una ricerca i cui esiti avranno la forma di una performance dal titolo gisher, parola armena che significa "notte". Sarà una performance adatta a diversi spazi, da quello teatrale a quello museale, e vedrà l'utilizzo di diversi media: video, testo, suono e il corpo.

Qual è stato il processo creativo? Com'è nata l'idea?

Il percorso che mi ha portat_ a lavorare a Tatik è iniziato circa due anni fa, attraverso le prime sessioni del workshop Pleasure Body, uno spazio che ha il suo focus nella celebrazione del tempo improduttivo, nella cura e nella creazione di uno spazio sicuro per le identità queer.

Tatik affonda le sue radici nell'attivismo femminista intersezionale e negli studi post-coloniali, a cui mi sono avvicinat_ in un tentativo di dare voce al mio corpo e alle sue identità.

Nella società, le logiche maschiliste sono ancora predominanti. Come comunichi questo nel tuo lavoro? E di cosa c'è bisogno, secondo te, per abbattere questo muro?

Per me non è possibile dividere le lotte femministe dalle lotte di altre identità oppresse. Il femminismo intersezionale richiede una lotta contro l'oppressione sistemica che non si riduce esclusivamente alla lotte delle donne per un'uguaglianza con i diritti maschili. I muri da abbattere sono moltissimi: il patriarcato, il colonialismo, il razzismo, l'omo e la transfobia, ma l'elenco non si esaurisce qui. Il femminismo del mio lavoro e del mio attivismo accantona il binarismo di genere nel tentativo di portare avanti un discorso più complesso che comprenda moltitudini e non opposti. 

Il Resoconto

Come si è svolta la residenza e la triangolazione con le altre istituzioni? Com'è cambiato il progetto? Su cosa avete lavorato?

La prima fase del progetto si è svolta negli Stati Uniti, prima a Harvard e poi nella città di New Orleans, mentre la seconda fase in Armenia, nella città di Yerevan e i suoi dintorni. Grazie all'invito a partecipare a Chiasmi, conferenza dal titolo Queering Italian Studies - Pensieri e pratiche italiane di sovversione culturale , presso l'Università di Harvard ho avuto l'opportunità di confrontarmi con accademiche e accademici che studiano e trattano i campi di ricerca che io stess_ tratto, ma con un approccio più esclusivamente scientifico. Nel mio percorso in Armenia invece, dove sono stata raggiunt_ da F. de Isabella, mi sono trovat_ in un tempo e uno spazio dove il sentire e il riconnettersi con il luogo sono stati di fondamentale importanza per definire sia il contenuto che la forma finale del lavoro. Il supporto dell'istituzione ospitante, ICA Yerevan, è stato preziosissimo, sia a livello di ricerca che di supporto di connessione col territorio. Particolarmente fondamentale è stato il tempo a Yerevan, abbiamo potuto lavorare al materiale video, raccogliendo registrazioni e realizzando quello che sarà poi parte integrante della drammaturgia della performance gisher.

Stati Uniti, Italia, Armenia. Come cambia il processo artistico a seconda del posto in cui sei?

Per ognuno di questi luoghi c'è un motivo diverso che mi porta a visitarli, a stare e lavorarci. Nel caso di questo progetto, il viaggio negli Stati Uniti, in un contesto accademico come Harvard e il viaggio in Armenia in un'istituzione artistica ma comunque indipendente, come l'ICA Yerevan hanno contribuito con due velocità e intensità diverse ma necessarie al progetto.

Che progetti hai per il futuro?

Continuare a far sì che il mio lavoro venga mostrato in più luoghi non esclusivamente teatrali, e stabilire un regolare dialogo con le istituzioni culturali che desiderano interrogarsi rispetto alle tematiche femministe, queer e post-coloniali.