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Bertuccelli al Sottodiciotto Film Festival

Tblisi. Georgia. Nella capitale del Paese che diede i natali a Stalin, tra povertà e arretratezza, vivono tre donne. A unirle è un uomo, Otar, un medico che è andato a cercare una vita migliore a Parigi. E da Parigi scrive lettere all’anziana madre Eka, alla sorella Marina e alla nipote Ada. Un giorno arriva la notizia che Otar, finito a lavorare da clandestino in un cantiere, è morto. Marina decide di non dire nulla alla madre, dando via a una commedia della menzogna. Vincitore del Gran Premio della Semaine de la Critique all’ultimo Festival di Cannes, Da quando Otar è partito (Francia/Belgio, 2003), primo e intenso lungometraggio della giovane cineasta di origini italiane Julie Bertuccelli (1968), ha aperto la IV edizione del Sottodiciotto Film Festival, manifestazione organizzata dall’Aiace e dalla Città di Torino (Divisione Servizi Educativi). Più di cento i film realizzati dalle scolaresche di tutt’Italia, ma anche anteprime importanti come In America di Jim Sheridan (apprezzato regista di Il mio piede sinistro e Nel nome del padre), Sinbad, film d’animazione targato DreamWorks, e l’iraniano Les enfants du Pétrole di Ebrahim Fourouzesh, sulla difficile vita nelle terre del petrolio. Julie Bertuccelli, figlia d’arte, è stata assistente alla regia per cineasti importanti come Krzysztof Kieslowski, Bertrand Tavernier, Emmanuel Finkiel e Otar Iosseliani. Ha realizzato documentari molto apprezzati in Francia, comeUn métier comme un autre (1994), sul mestiere del becchino, Une liberté (1994), sugli ultimi due giorni di prigione di un carcerato, Bienvenue au grand magasin (1999), ambientato alle Gallerie Lafayette. “Da quanto Otar è partito - spiga la regista - è una storia di esilio e di immigrazione vista attraverso gli occhi delle tre donne che sono rimaste in Georgia in attesa che Omar invii notizie e denaro. L’idea era quella di parlare del rapporto tra queste tre donne arenate in un Paese che oscilla tra trasformazione e regressione. Ognuna di loro vive diversamente la fine del comunismo e l’affermarsi del capitalismo. La nonna ha vissuto l’intera sua esistenza nel comunismo, rimpiange Stalin, guarda al passato e a quel figlio che è lontano. La madre è il personaggio più fragile, perché appartiene alla generazione sacrificata, perché nata nel comunismo e impossibilitata a reinventarsi un futuro, e così, anche se ingegnere, si ritrova a dover andare a vendere oggetti usati al mercato delle pulci. La giovane Ada, invece, è rivolta al futuro, ha conosciuto solo le frange estreme del comunismo e desidera uscire da una vita chiusa dentro quell’appartamento condiviso con le altre due donne. In un certo senso, sono tutte e tre lo stesso personaggio, la stessa donna in tre fasi della vita”. Un film è una storia sulla menzogna. Una menzogna d’amore, che ha un potere creativo e al tempo stesso distruttivo, perché mette a nudo i desideri, i sogni e i fantasmi che ciascuna delle tre donne ha nella sua vita. La menzogna consente a ciascun personaggio d’inventarsi una vita, per sopportare meglio la propria, ma anche di manipolare e di farsi manipolare. Ma perché la Georgia? Spiega la Bertuccelli: «Perché in un Paese dell’est potevo mettere a confronto la grande menzogna storica con le piccole menzogne familiari. E poi perché è un Paese che conosco bene, visto che lì ho lavorato sei mesi insieme a Otar Iosseliani. Tblisi è una città magnifica, piena di fascino, malgrado sia decrepita e fragile. E’ un Paese molto attraente, dove si incrociano influenze contraddittorie, mediterranee, russe e orientali. E soprattutto perché avevo voglia di parlare della Francia, ma non di fare un film sulla Francia vista dal suo interno. Volevo parlare dell’immaginario straniero, avvalendomi della distanza di uno sguardo altrui».

Sottodiciotto Film Festival - Torino.
Dal 29/11/03 al 6/12/03.