CAPPI BARBARA (METRICA BARBARA)

 © * Tristán Pérez-Martín"
Danza
Teatro

CAPPI BARBARA (METRICA BARBARA)

Destinazione

Tàrrega - Spain

Periodo
-
Partita
Il progetto (e info su ente)

 IL PROGETTO

De una en un è un progetto di arti dello spettacolo dal vivo che combina caratteristiche delle arti visive, della danza e del teatro d’oggetto. Costruito per tre performer e quarantasette coppi bolognesi, lo spettacolo indaga il rapporto tra materia, paesaggio e corpo. Attualmente il progetto si trova nella fase di concettualizzazione, gestazione e sviluppo degli aspetti luminosi e sonori dello spettacolo. In Catalogna verranno realizzati diversi periodi di lavoro comprensivi di residenza artistica, tecnica ed esibizione.

ENTE OSPITANTE

La 'Fira de Teatre al Carrer de Tàrrega' è un'organizzazione pubblica che, sotto il marchio FiraTàrrega, lavora per promuovere la creazione di arti performative catalane e lo scambio artistico professionale a livello nazionale e internazionale, prestando particolare attenzione alle arti di strada e ai progetti volti a coinvolgere la cittadinanza nello spazio pubblico.

 

Intervista

Raccontaci un po’: com’è nata l’idea per il tuo progetto?

Tutto è partito dal coppo bolognese: quando ero all’università sentivo che quest’oggetto mi influenzava. Allora ne ho parlato con alcuni colleghi e insegnanti, che mi hanno suggerito di indagarlo, di provare a metterlo in scena e lasciarmi condizionare da lui. E così ho fatto.

Il processo di creazione di “De una en un” è nato inoltre dal mio desiderio di lavorare su un sentimento di responsabilità e sul lavoro di squadra, perché all’interno una squadra è importante sostenersi a vicenda nella fragilità. E qui entra in gioco il coppo, che rappresenta a pieno l’idea di peso e fragilità che stavo cercando.

Il progetto è pensato come site specific per spazi non convenzionali e grazie alla residenza artistica abbiamo potuto fare un’investigazione tecnica a livello sonoro di quello che succede in scena. Indagando a fondo l’oggetto attraverso le improvvisazioni, abbiamo poi sviluppato varie tipologie di coppo da portare in scena.

 

La location, perciò, gioca un ruolo fondamentale.

Esatto. La sfida è proprio quella di adattare la proposta allo spazio: le location di solito le scopriamo il giorno dello spettacolo e, anche se possiamo farci un’idea del luogo dalle foto o da Google Earth, non ci rendiamo conto dell’effetto finale fino a che non siamo sul posto.

Ogni spazio richiede un adattamento coreografico e di acustica, un disegno tecnico di suono e luci che lo valorizzi: dobbiamo entrare e uscire dalla scena come se fossimo abitanti del paese che lo ricostruiscono dalle rovine. Per questo cerchiamo gli angoli più particolari delle città. 

Anche i suoni dell’ambiente diventano parte dello spettacolo. Tra i vari paesini in cui siamo state ce n’era uno di sei abitanti nei Pirenei, con un fiume che ci ha regalato suoni perfetti da inglobare nella nostra proposta.

 

Durante l’estate avete avuto la possibilità di esibirvi in varie location: che cosa ti ha regalato questa esperienza?

Sicuramente un percorso di professionalizzazione: l’opportunità di fare cose dal vivo, imparare a dirigere, risolvere gli inconvenienti e difendere le radici artistiche del progetto. Poi, soprattutto, l’importanza dell’incontro con le persone del pubblico: ci siamo accorte con gioia che il coppo fa sentire a casa anche loro per un attimo.

 

Come reagisce il pubblico di solito?

Si stabilisce sempre una relazione e questo ci fa molto piacere. Molti si avvicinano – uno ci ha addirittura detto che i nostri coppi li aveva fabbricati lui! – molti ci chiedono se possono prenderli in mano per sentire quanto pesano. 

Le reazioni di solito sono diverse a seconda dell’età: i giovani hanno lo slancio di entrare in scena per prendere i coppi, mentre gli adulti tendono più al dialogo, si avvicinano per fare domande.

C’è anche tanto silenzio, è una proposta contemplativa, riflessiva, perciò è difficile durante lo spettacolo osservare le varie reazioni. Il fatto che dopo si apra un dialogo è sempre molto piacevole perché ti rendi conto che qualcosa è arrivato nell’intimità.

 

Come scegliete i coppi da mettere in scena?

Cerchiamo di utilizzare quelli del luogo, per conoscerlo meglio e alimentarne l’immaginazione: ogni coppo ha la sua storia. 

Gli ultimi sono della città di Tarraga fatti a mano nel 1930: una grande responsabilità, anche perché capita che i coppi si rompano durante lo spettacolo.

Ma fa parte della sfida: l’oggetto è fragile, e risponde a leggi fisiche al di là della nostra volontà. Si sono rotti una ventina di coppi e ogni volta è una sofferenza, perché cerchiamo di mantenerli vivi, però allo stesso temo è un chiaro segnale che il gioco non dipende da noi e ci costringe a reagire, a entrare nel territorio dell’improvvisazione.

Speriamo di avere sempre più coppi nei prossimi spettacoli: per il momento ne abbiamo sessanta.

 

Che progetti hai per il futuro?

Come artista emergente vorrei creare una rete nella città in cui ho studiato, Barcellona, e avere nuovi contatti dal vivo con altri artisti: è indispensabile fare rete e creare e cercare nuovi spazi che diano la possibilità di esibirsi dal vivo perché tanti spazi hanno chiuso o non esistono più.

E poi vorrei portare i coppi nella mia città, Bologna, il luogo originario da cui sono partiti: è arrivato il momento anche per loro di tornare a casa.

 

 © * Tristán Pérez-Martín"

 

 © * Tristán Pérez-Martín"

Fotografie © * Tristán Pérez-Martín"