Rabbit RCP8.5

Rabbit RCP8.5

2025
Filo di alluminio, piombo, alga undaria pinnatifida, resina espossidica, sale
108 x 78 x 78 cm

Il Mar Mediterraneo, uno degli ecosistemi più vulnerabili del pianeta, si sta riscaldando a una velocità tre volte superiore alla media globale, ospitando sempre più specie aliene, tra cui il pesce coniglio (siganus luridus), un erbivoro invasivo che altera profondamente il volto dei fondali. Questo pesce si nutre di alghe, causando i “deserti marini”. Inoltre, sta sostituendo gli erbivori autoctoni, portando ad un nuovo equilibrio ecologico che ha ben poco di stabile o rassicurante. 

L’opera rappresenta il pesce coniglio in modo metaforico, ovvero come la prigione per le alghe. Il suo corpo è composto da un intreccio di fili di alluminio e delle lastre di piombo, un materiale tossico che ricorda la pericolosità del pesce e la sua trama iridescente delle squame. 

All’interno si trova una vera alga (undaria pinnatifida): anch’essa è una specie invasiva e simboleggia ciò che il pesce consuma, ma anche la sua spina dorsale. Resa “immortale” grazie a un processo di irrigidimento con resina epossidica, assume un aspetto fragile e ambiguo. Durante il trattamento ha subito una metamorfosi cromatica: da un marrone spento a un verde vivo, e col passare del tempo continua a cambiare colore e forma: una dimostrazione che la natura è in una continua mutazione che non si può vincolare. Ciò fa sembrare l’opera un elemento vivo, in cui la natura e l’artificio si incontrano. Dentro di essa, grani di sale marino evocano il suo ambiente d’origine.

L’installazione si presenta come un grande globo, una forma che disorienta e coinvolge. Non dà risposte immediate, invita a fermarsi, osservare e riflettere per lasciare lo spazio ad un senso personale, raccontando una storia ecologica e simbolica di invasioni e nuovi equilibri.

L’opera è stata realizzata con la collaborazione scientifica del CNR ISMAR (Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche), per un progetto sulla biodiversità.