C&C Company

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teatro
danza
Bilbao - Spain
30/05/2019 - 02/06/2019

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Il Progetto

IL PROGETTO

Partecipazione all'ACT Festival 2019 di Bilbao, con la nuova produzione della Compagnia "Beast without beauty". L'artista si ispira al teatro dell’assurdo di Samuel Beckett e al suo monumento drammatico sull’immobilità "Giorni felici" per raccontare la trappola della condizione esistenziale. Lo spettacolo fa un tuffo nel non-sense dei corpi e delle azioni, un nonsense costruito su una solida struttura drammaturgica che interseca con parola, canto e tutte le possibili sfaccettature del movimento.

ENTE OSPITANTE

ACT, International Festival for Emerging Performing Artists, è diretto da BAI, Theater School of Bizkaia, dal 2004. ACT è un punto di riferimento non solo per artisti emergenti dello spettacolo e professionisti ma anche per il pubblico in generale. Aperto alle nuove tendenze sceniche, organizza e promuove la formazione, le relazioni internazionali e le nuove opere in tre spazi: Kafe Antzokia, Guggenheim Bilbao Museum e Barakaldo Theatre. Insieme e BE Festival di Birmingham, ITs Festival di Amsterdam, SHORT Theater di Roma e MESS Festival di Sarajevo, ACT fa parte di una rete di festival internazionali volti a promuovere artisti emergenti.

L'intervista

Quando si è formato il vostro gruppo?

 Corpo & Cultura nasce come risultato della collaborazione tra i due artisti indipendenti Carlo Massari e Chiara Taviani, incontratisi come interpreti nella compagnia Balletto Civile. L’esordio del primo lavoro nel 2011: C&C evidenzia da subito una forte vocazione della Compagnia alla ricerca di un linguaggio fisico necessario, fortemente drammaturgico, in stretta relazione con tematiche sociali contemporanee. Ecco quindi che da subito seguono le creazioni e i debutti internazionali di: Maria Addolorata, Tristissimo, Peurbleue, e il più recente Don’t Be Afraid. Le stesse ricevono negli anni prestigiosi riconoscimenti. Parallelamente all’attività di produzione teatrale, prendono vita progetti performativi a partecipazione pubblica: ContaminAzioni, SpringRoll e Femminile Plurale. Attualmente la Compagnia, diretta da Carlo Massari, è impegnata nello sviluppo dell’esteso progetto Beast Without Beauty in collaborazione con Emanuele Rosache vede al suo interno l’alternanza di progetti sociali e produzioni in collaborazione con diversi partner Europei.

Come è nato quest’ultimo progetto?

Il progetto nasce nell'aprile 2016 da una riflessione sui meccanismi di potere e prevaricazione nelle relazioni fisiche,umane e sociali. Ho invitato Emanuele ad un periodo di ricerca comune, che si è poi evoluto nel tempo. Il progetto, nelle sue diverse fasi di lavoro, è stato premiato con diversi riconoscimenti. A fine mese è stato selezionato dal Rotterdam International Choreographic Competition, uno dei premi più importanti al mondo, su oltre 400 candidature. Questa grande opportunità ha rafforzato la nostra consapevolezza nel progetto e nel suo valore, non solo artistico ma sociale. In un periodo di restaurazione dei nazionalismi a livello mondiale, cerchiamo di analizzare e raccontare come questi nascano e si diffondano in modo endemico alla società.

Una descrizione generale del progetto?

Cerchiamo di esplorare il sottile confine tra uomo e bestia. È un lavoro sull’alterazione fisica e spirituale dell’essere, e sulla ricerca della propria identità. Partendo dal concetto di uomo come animale pensante e dotato di una coscienza individuale, andiamo a scoprirlo, denudarlo, mettendo in relazione i suoi istinti più veri e le paure che lo rendono impotente. Partiamo in questo lavoro da una ricerca dell’istante esatto in cui tutto improvvisamente si è capovolto, quando non ci riconosciamo più eppure tutto appare chiaro. L’attimo in cui le vene vengono attraversate da nuova linfa e ci abbandoniamo all’accettazione di un nuovo “Io” senza giudicarlo. Nell’era delle immagini, dell’apparire, ci ritroviamo fragili bestioline, proprietari nostro malgrado di una forma da riempire, plasmare, senza idee sul come farlo. Ricerchiamo il Bello ma non sappiamo esattamente dove trovarlo, che forma abbia, come riconoscerlo. E allora alziamo le mani, chiudiamo gli occhi e ci affidiamo a qualcuno che può suggerircelo. E solitamente finiamo per convincerci che sia così. “Beast without Beauty” nasce con l’intento di ricercare connessioni interiori, tra corpo e mente, ed esteriori, attraverso le relazioni che possono innescare una piccola idea di rinascita. Una rivoluzione nella quale non si ha più la necessità di dare un nome ad ogni forma differente, di arrogarsi il “diritto divino” di battezzare una cosa definendola. Un’evoluzione dove non esistono manuali d’uso per relazionarsi con se stessi e con il mondo circostante. Tutto torna ai primordi, diviene bestiale, natura, terra. Volgendo lo sguardo all’assopimento contemporaneo, la bestia nel cuore è forse l’esplosione di cui abbiamo bisogno per sentirci in qualche modo ancora vivi.

Siete voluti andare in profondità.

L’ennesimo sguardo fermo, freddo, gelido, impietoso sulla società. Un irriverente, cinico studio sugli archetipi della miseria umana, sull’inespressività, sulla spregevole crudeltà nelle relazioni interpersonali.

Perdenti, in un rapporto di superficiale relazione, che si affrontano in un algido duello. In palio l’affermazione di un ruolo, un’identità, una posizione sociale, la sopravvivenza. Non esistono regole, tutto è consentito. Ci si presta ad essere prede, vittime designate dell’altro. Ne siamo coscienti, attendiamo solo che succeda, e a nostra volta siamo pronti a offendere, stritolare, ma senza sporcarci le mani. Un aristocratico gioco perverso di corteggiamenti a doppio fine, soprusi. Una violenza nascosta, color pastello, che porta irrimediabilmente al massacro e all’estinzione. Non ci saranno vincitori, ma solo vinti. Di tanto agitarsi non succede nulla. E allora implodiamo incapaci di rialzarci, ci abbandoniamo facendo attenzione a non rovinare la messa in piega, sbavare il trucco. A non perdere la dignità per non subire atti di cannibalismo dagli altri, dal vuoto, dal silenzio sordo. Un tentativo di raccontare fisicamente il male di vivere, la paralysis Beckettiana: un uomo illanguidito, disperato fino a divenire insensibile, ormai incapace di prendere in mano la sua vita e sottrarla alla miseria nella quale si è impaludata. Una commedia dell’assurdo, esistenzialista e post esistenzialista del teatro di Beckett e del suo “Giorni Felici”. Un autentico tuffo nel non-sense, un’ironia nera contrapposta al pallore dei volti. Una fascinazione nell’assurdità delle scene, nell’estraniamento della partecipazione umana alle azioni, ai fatti. Figure esangui, prive d’energia, estenuate e disumanizzate. Come alla fine di una lunga guerra, consapevolmente inutile se non a fare e farsi del male. A divenire cinici e opportunisti di fronte alla morte, fino a contraddirsi e tradire i propri compagni di giochi.

Il Resoconto

Com'è stata la partecipazione al festival? Cosa vi ha colpito?

Beh, partiamo dall'accoglienza: familiare e per nulla competitiva, uno scambio e dialogo reale tra artisti ed operatori su tematiche legate all'importanza di essere artisti e sulla responsabilità che questo comporta. Mi ha colpito il modo in cui è stato accolto il nostro lavoro, i presenti hanno reagito con grande entusiasmo. Hanno definito il nostro un linguaggio nuovo, capace attraverso il corpo e la danza di parlare di tematiche attuali. Questa è stata la soddisfazione più grande.

Siete riusciti a ottenere ciò che speravate?

Molto di più. Non siamo partiti con l'idea di vincere, è un premio molto ambito a livello internazionale, eppure alla fine ci siamo ritrovati col premio ACT DURI: una selezione internazionale a sostegno della circuitazione dello spettacolo in Korea nella prossima stagione. Diversi operatori si sono interessati al nostro linguaggio di ricerca e nel 2020 saremo in programma a Berlino, Manchester e nuovamente a Bilbao con la creazione integrale. Quindi direi che siamo più che soddisfatti dei risultati conseguiti.

Come si possono unire teatro e danza? Quanto è importante la contaminazione di generi?

Sono sempre stato un fervido sostenitore dell'ibridazione dei linguaggi.

Considero la danza come un possibile linguaggio della comunicazione e credo nel valore politico dell'arte. Specialmente in questo periodo storico fatto di mutazioni, cambiamenti, trasformazioni continue, credo che anche l’arte sia in fermento, in continua evoluzione. Teatro per me è un luogo, una scatola, il paese delle meraviglie dentro al quale fare accadere atti performativi utilizzando qualunque tipo di linguaggio. Il fine è aprire alla riflessione di tematiche sociali contemporanee.

Quali sono stati i momenti più significativi di questa esperienza? Quali sono le difficoltà che avete incontrato e le soddisfazioni maggiori?

Di sicuro il momento della premiazione. Le motivazioni ci hanno inorgoglito: "Grazie alla forza delle immagini, allo sviluppo inaspettato del pezzo e alla buona esecuzione del lavoro fisico". Difficoltà nessuna, l'organizzazione è stata impeccabile. Per non parlare del pubblico: iper-partecipativo e caloroso, raro e prezioso.

Rifareste questa esperienza?

Toglierei il condizionale. Credo che questo tipo di esperienze siano altamente formative, e che tutti i nuovi creatori italiani dovrebbero provarle per farsi conoscere. Allo stesso tempo in tal modo ci si può internazionalizzare, e respirare quel che accade fuori dai nostri confini.

Pensate di poterla replicare in altri luoghi?

Sicuramente. Subito dopo Bilbao abbiamo replicato a Tuscania, per il festival "Direzioni Altre", e a Bologna, all’interno di "La Torre e la Luna”. A breve approderemo al RICC di Rotterdam, e subito dopo ci sposteremo a Cagliari il 1 luglio per la rassegna "Logos". Tra ottobre e dicembre invece abbiamo già fissato 7 date a Roma, Latina, Robbiate, Genova, Torino, Milano e Brescia.

Avete già nuovi progetti in mente?

Ovviamente sì, non ci si ferma mai. A settembre presenteremo un breve studio del nuovo lavoro “Les Miserables” nella selezione "Nuove Creazioni" della Nid Platform, la piattaforma della nuova danza italiana. È un onore essere tra le compagnie selezionate. “Les Miserables” affronta l'ascesa e la disfatta delle rivoluzioni e dei principi rivoluzionari.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Vorrei ringraziare il GAI e tutti i suoi sostenitori, senza i quali non avremmo potuto partecipare ed arricchirci di questa esperienza. In questo tempo di chiusure e clausure, è un lusso avere il sostegno morale ed economico per poter affrontare avventure così. Vorrei che il nostro Paese rinascesse e si riaffermasse culturalmente anche e soprattutto credendo nelle nuove generazioni attraverso progetti come questo! Grazie!