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Rouyn-Noranda (Québec) - Canada
23/05/2019 - 20/06/2019

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Il Progetto

IL PROGETTO

Piazza della Solitudine prevede diverse tappe di lavoro tra Italia e Canada. Le azioni previste nella prima trasferta all'estero sono:

1) incontri con alcune organizzazioni culturali del teatro di Montréal (Samsara Théatre, ZH Festival, altri in definizione) per avviare collaborazioni per la stagione 2019/'20;

2) residenza artistica a Rouyn-Noranda c/o Petit Théatre du Vieux Noranda per lavorare con nuove tecnologie applicate al teatro.

Le artiste lavoreranno con Marie Hélène Massy Emond e il team del teatro per approfondire i temi della ricerca.  

ENTE OSPITANTE

Il Petit Théâtre du Vieux Noranda è un luogo di riferimento imprescindibile per quanto riguarda la creazione, produzione, diffusione e formazione artistica. Fortemente radicato e legato al territorio e alla sua comunità, il Petit Théâtre gioca un ruolo principale nell’emergere delle nuove generazioni artistiche e nella democratizzazione delle arti. Dal 2012 ha intrapreso una svolta importante nell’ambito del digitale che ha portato il teatro ad avere un equipaggiamento e acquisire delle competenze all’avanguardia. Il Petit Théâtre sostiene progetti artistici innovativi che indagano l’interazione tra arti performative, strumenti digitali, arte relazionale. https://petittheatre.org/ 

L'intervista

Qual è la genesi di Piazza della Solitudine? Come nasce?

Natalie: Tutto è scaturito da una condizione personale. Poco più di un anno fa mi sono resa conto che negli ultimi tempi stavo soffrendo molto di solitudine. Quello che sentivo con forza era una solitudine artistica. Nei primi anni di lavoro dopo il diploma in Accademia ho fatto molti progetti indipendenti con persone con le quali ho condiviso un percorso personale e professionale. I lavori erano sempre di tipo collegiale, anche se ognuno portava le proprie specificità. Nel corso degli anni però queste persone si sono spostate in altre città o hanno approfondito altri percorsi, mi sono quindi ritrovata sola.

E non era una condizione piacevole per una persona come me. Ho bisogno di creare relazioni, di vederle crescere, di condividere, credo molto nel lavoro di gruppo perché sento che mi attiva.

Questa condizione di solitudine artistica forzata mi aveva gettato nello sconforto fino al momento in cui ho pensato che aveva un potenziale. Mi sono detta: Perché non trasformare questa solitudine da condizione subìta a materia di ricerca?.

Da lì, le cose si sono sbloccate. Ho pensato alle persone con cui mi sarebbe piaciuto lavorare, senza pormi limiti, neanche di tipo geografico. Ho pensato a Marie-Hélène (Massy Emond) che avevo conosciuto del 2017 durante i Rencontres dell’FTA- Festival Trans-Amériques di Montréal e con cui avevo subito iniziato a collaborare nonostante la distanza, Marie è venuta più volte in Italia per partecipare a Microfestival (progetto di cui sono co-curatrice) e insieme avevamo creato da subito un dialogo costante sulla nostra pratica artistica, riflettevamo molto su cosa significhi lavorare nei territori insieme agli abitanti.

Ho pensato poi a Giulia (Tollis), da diversi anni ero incuriosita dal suo lavoro, dal suo ruolo. Ci siamo incontrate un pomeriggio dei primissimi giorni dell’anno, io le ho portato una pila di libri che non abbiamo aperto (quel giorno!), le ho raccontato come stavo, cosa avevo pensato, cosa mi sarebbe piaciuto fare con questo lavoro e che me lo immaginavo come un percorso a tappe e a lungo termine. Nel giro di pochi giorni lei mi ha richiamata per dirmi che sì, le andava di tuffarsi nel progetto.

Tutte e tre abbiamo cominciato una serie di appuntamenti Skype da Milano, Udine e dal Québec, ci siamo date dei compiti, abbiamo cominciato le prime tappe di lavoro e di lì a poco, siamo riuscite ad essere selezionate per diversi bandi e quelle che ci sembravano delle possibilità un po’ fantasiose sono diventate prestissimo delle realtà concrete.

Giulia è stata selezionata per partecipare a sua volta ai Rencontres dell’FTA, Marie è riuscita a trovare un teatro in Canada che fosse interessato al progetto e che ci invitasse a fare una residenza (Petit Théatre du Vieux Noranda), siamo state selezionate da Movin’Up con nostra immensa gioia e durante il viaggio in Canada abbiamo saputo di essere tra le compagnie selezionate da Artisti Associati (di Gorizia) per una residenza in ottobre.

Piazza è un progetto che alla solitudine e alla sua celebrazione deve molto, sotto tanti punti di vista. 

Che tipo di spettacolo è? Che storia racconta?

Giulia: Non sappiamo ancora che tipo di spettacolo è. Sappiamo che tipo di spettacolo sarà e ci stiamo dando delle linee guida e dei compiti per realizzarlo. Sarà uno spettacolo in cui la drammaturgia si compone di scene al contempo strutturate ma aperte. Vuol dire che ci saranno degli appuntamenti fissi nella composizione dello spettacolo che lasciano aperta una porta, e quindi una e più possibilità, allo spazio e al tempo in cui ci ritroviamo a presentare e replicare il lavoro. A seconda del luogo e del cast in scena potrebbero esserci delle variazioni su un contenuto e una forma prestabiliti. Ad esempio, dal punto di vista formale possiamo immaginare di avere una scaletta fissa, come l’indice di un libro o l’elenco di una playlist: ci sono dei titoli, un determinato numero di tracce e dei contenuti - testi, suoni, immagini, azioni - che ci permettono di raccontare le stagioni di una vita, dall’infanzia alla vecchiaia dal punto di vista di una condizione dell’anima, la solitudine.

Per quanto riguarda la storia: se la domanda è qual è la trama? La risposta è che trattandosi di un lavoro che parte dalla realtà - la nostra e quella delle persone che abbiamo incontrato e che incontreremo nel percorso, la trama si compone di frammenti di vite rielaborate attraverso gli strumenti del teatro: l’interpretazione, l’evocazione, la sintesi. Forse possiamo azzardare nel dire che la storia non sarà una sola, ma lo spettacolo sarà composto da un collage di ricordi, avvenimenti, situazioni, proiezioni. Ecco, questo spettacolo sarà un collage dove i frammenti di storie e altri svariati materiali saranno organizzati tra loro in maniera solo apparentemente casuale: il filo rosso che li attraversa è il rapporto di ogni elemento con la solitudine, ricercata o obbligata, consapevole o inconsapevole, rifugio o tempesta.

Natalie: io direi che il nostro non è uno spettacolo, forse è tanti spettacoli, tanti quanti le tappe di lavoro che abbiamo fatto e che faremo. L’idea è quella di darci un tempo lento, un tempo di ricerca durante il quale fare residenze e laboratori in cui coinvolgere e rivolgerci a persone di diverse generazioni, in diversi posti (Italia, Canada e altri paesi, in città così come in contesti più rurali). Alla fine di ogni tappa di lavoro facciamo una prova aperta, ci obblighiamo a rielaborare e organizzare i materiali raccolti in una forma spettacolo che contempla sempre diversi linguaggi (testo, musica, video, etc…) e che in alcuni casi vede sul palco le persone incontrate durante il lavoro. Quindi lo spettacolo e la storia che racconta cambia di volta in volta. Il desiderio è quello di mantenere il focus sul tema della solitudine, sulle diverse generazioni e sugli spazi pubblici, ma le storie che raccontiamo possono cambiare (e moltissimo) di volta in volta.

La solitudine da ricercare, per sfuggire al trambusto e ai ritmi tachicardici del nostro secolo, oppure l'isolazione, la paura e la presa di coscienza di essere soli. Cos'è per voi la solitudine e che significato ha oggi?

Natalie: La solitudine è una compagna. Per me non ci sono “oppure”, la solitudine è sia una condizione desiderata e necessaria che subìta e atroce, ha a che fare con lo spazio che ci circonda, ma anche con lo spazio interiore.

E penso che cambi molto in base all’età, diverse età implicano diversi tipi di solitudine.

Una volta avevo letto in un libro che la solitudine è quello stato d’animo con cui non riusciamo ad empatizzare quando lo provano gli altri perché appena passa non ci ricordiamo più davvero come sia. In quel caso si parlava di una solitudine che fa star male. Penso abbia a che fare con la vergogna, con qualcosa che puzza, che crea un alone, una macchia, è strano. Allo stesso tempo, anche la solitudine sofferta penso che sia una condizione necessaria, di cui prendersi cura per poter crescere come esseri umani, per imparare a conoscersi, ascoltarsi.

Fa molta paura, è un vuoto, un abisso che però penso non vada negato.Tuffarsi in questo abisso con la convinzione di poter uscire dall’altro lato, ma tuffarsi per davvero e perdersi, credo sia parte di un percorso di crescita. E che possa essere fatto a qualunque età.

Per quanto riguarda l’oggi, il tempo che viviamo in questo lato del mondo, credo sia una condizione molto diffusa di cui spesso non si riesce a parlare, si ha forse paura di allontanarsi ulteriormente dagli altri, non lo so. Viviamo un’epoca di frustrazione comunicativa, almeno io la sento così, è difficile stare in equilibrio tra l’essere sempre a contatto con molti ed entrare davvero in contatto con sé stessi e con le persone, questo lavoro richiede un tempo e un’energia che disperdiamo continuamente. Ma in questa dispersione a volte nascono incontri reali, miracoli piccoli e grandi, epifanie, riconoscimenti...sarebbe assurdo demonizzare in toto la comunicazione via social, i ritmi “tachicardiaci” e il “trambusto”. È in questo mare che viviamo, non possiamo negarlo. L’alternativa è ritirarsi in eremitaggio. E quello è un altro tipo di solitudine, completamente diverso, molto affascinante, di cui però so poco e nulla e di cui posso solo immaginare i ritmi, il pensiero e il respiro, ma per adesso non è il tipo di solitudine che vogliamo indagare e provare a raccontare.

Giulia: La prendo alla lontana. Ricordo di aver passato molte ore al davanzale della finestra della mia camera d’infanzia a guardare fuori dalla finestra. Fuori c’era il giardino e proprio davanti a me un grande pruno e dietro di lui un ciliegio e poi, sullo sfondo il meleto e la collina. Avevo 14 o 15 anni. Alla domanda di mia madre: “Che cosa hai fatto tutto il pomeriggio?” rispondevo “Sono stata da sola”. “Hai studiato? Hai dormito? Cos’hai fatto?” “Sono stata da sola”. Quello stare da sola me lo ricordo molto bene. L’ho ritrovato anni più tardi nelle escursioni in montagna, ma anche la prima volta che ho messo piede a Milano e ho iniziato a muovermi in metropolitana. E quello stare non era una “fuga” ma era - e l’ho capito anni e anni più tardi, un modo per accorciare la distanza tra quello che la mia testa pensa, elabora, prevede, riscrive e quello che accade e che mi colpisce nei sensi. Ho capito che stavo ore e ore davanti alla finestra da sola per sentire. Quando Natalie mi ha parlato del progetto di Piazza, e quindi mi ha parlato di lei e della sua motivazione artistica mi sono chiesta “Dove sei tu rispetto a questo tema?” “Ti interessa? Ti riguarda?” Moltissimo. Quotidianamente. Quando? Perché? Nell’atto di scrivere. Scrivere è stare da soli. Nella narrazione condivisa moltissimo:  c’è un autore che nel freddo della sua stanzetta, al lume di una lampada ad olio scrive. Per fortuna ci sono anche meravigliose autrici che in stanze chiare alla luce del sole, mettono nero su bianco quello che le attraversa. Solitudini davanti alla pagina bianca. Forse faccio la drammaturga perché mi mette in crisi la solitudine o l’isolamento davanti alla pagina bianca. Per il progetto porto in dote anche questo.

Apro poi, qui, un’altra questione -che porterò con me nelle prossime tappe del nostro lavoro, e che credo abbia a che fare con il corpo, l’età e la professione che abito in questo momento. O che abitiamo in questo momento. Perché sento che la questione non riguarda solo me, ma un gruppo di persone. Ogni volta che cerco di essere indipendente devo fare i conti con la solitudine. Come se per ottenere un’autonomia, di pensiero o di condizione ci sia bisogno di passare attraverso a dei momenti di grande solitudine. Ricercata o subita? Ci devo pensare. So che ha a che fare con l’abisso di cui parlava Natalie, con il terrore e il coraggio di tuffarsi nel gorgo dei mulinelli con la convinzione di poter uscire dall’altro lato.

Il Resoconto

Come sono andati gli incontri con le organizzazioni culturali del teatro di Montréal? Cosa è venuto fuori?

Natalie: Durante la permanenza a Montréal abbiamo potuto incontrare diverse realtà, teatri, festival e un ente, che si chiama LOJIQ e che opera a sostegno della mobilità di giovani quebecchesi all’estero.

 

L’incontro con Melissa Larivière di ZH Festival si è svolto nella Maison de la Culture de Maisonneuve, sede del festival di cui è direttrice artistica, con lei abbiamo creato un accordo tra Microfestival (un progetto che seguo dalla sua nascita come progettista e artista) e ZH Festival attraverso un percorso di scambi: quest’estate una coreografa del suo festival è venuta in Italia e con molta probabilità ad agosto 2020 saremo noi di Wundertruppe ad andare a ZH per una residenza su Piazza della Solitudine.

Con Jean-François Guilbault di Samsara Théâtre  abbiamo parlato delle possibilità di lavorare con dei gruppi di bambini, ma c’è ancora molto da capire soprattutto perché per lavorare nelle scuole i tempi di programmazione sono più lunghi e prevedono passaggi burocratici un po’ più articolati. LOJIQ invece è un ente con cui ho un dialogo aperto dal 2017 perché è partner di Microfestival dalla sua prima edizione e nel nuovo direttore del Programma Sviluppo Carriere, Justin Maheu, ho trovato un interlocutore attento ed entusiasta. LOJIQ può sostenere la mobilità degli artisti quebecchesi e quindi agevolare Marie-Hélène e altri futuri collaboratori nelle sessioni di lavoro di Piazza della Solitudine in Italia.

In quel periodo Giulia stava partecipando ai Rencontres Internationales dell’FTA e io sono stata invitata ad alcuni incontri tra professionisti organizzati dal festival, ho seguito dei tavoli di lavoro, oltre ad aver visto molti spettacoli, si sono consolidate alcune relazioni nate durante la mia esperienza del 2017 e ne sono nate di nuove grazie all’esperienza di Giulia. Vorremmo tornare all’FTA anche l’anno prossimo, sia per poter vedere spettacoli che difficilmente passano in Italia, che per proseguire sulle tracce solcate. Nonostante l’impegno a mantenere vivi i contatti a distanza, mi rendo conto che il fatto di poter essere fisicamente a Montréal ci porta a fare dei passi molti più lunghi del previsto, sia dal punto di vista artistico che di progettazione e sviluppo dei contatti.

Prima di partire per Rouyn-Noranda siamo riuscite ad avere un appuntamento non previsto con Claudia Parent del MAI- Montrèal, arts interculturels, ed è stato un incontro particolarmente importante per noi. Abbiamo trovato in Claudia una persona curiosa e attenta e con cui abbiamo aperto un dialogo circa il percorso di Piazza, siamo in contatto e la teniamo costantemente aggiornata sugli sviluppi del lavoro e speriamo vivamente di poter portare questo dialogo nella pratica attraverso almeno una residenza, il desiderio è di lavorare con una fascia di popolazione che abita nel quartiere dove si trova il MAI.

E infine con il Petit Théâtre du Vieux Noranda stiamo lavorando per concretizzare una nuova residenza in primavera.

Insomma, incrociamo le dita mentre lavoriamo sodo.

Come si è svolta la residenza a Rouyn?

Giulia: Io e Natalie e Marie Hélène siamo state accolte dalla direzione del Petit Théâtre du Vieux Noranda con molta cura ed entusiasmo. Dal primo giorno di lavoro abbiamo avuto uno spazio attrezzato e la consulenza tecnica - e lo sguardo curioso, di Valentin Foch, che si occupa di applicare gli strumenti dell’art numérique (video proiezioni, video-mapping, sensori, interfacce virtuali) alla scena. Tra i nostri obiettivi per questa residenza artistica c’erano infatti: la possibilità di sperimentare l’utilizzo della video proiezione e l’occasione di verificare insieme, fuori e dentro la sala teatrale, le idee che avevamo condiviso da remoto. Dal primo giorno abbiamo avuto a disposizione una panchina e l’autorizzazione a collocarla in uno spazio pubblico della città: abbiamo scelto un giardino pubblico, accanto al museo d’arte contemporanea di Rouyn Noranda. La panchina è stata il primo elemento fisico, concreto per iniziare un dialogo con alcuni degli abitanti di Rouyn. Sempre dal primo giorno abbiamo messo in pratica un protocollo di lavoro, che avevamo discusso ed elaborato prima del nostro arrivo. L’abbiamo condiviso con Valentin che da subito è entrato a far parte della nostra équipe di lavoro con proposte e soluzioni - soprattutto tecniche! Che cosa si intende con protocollo? Una serie di azioni e di compiti, da svolgere in un certo ordine e in un tempo dato con dei destinatari scelti: nel nostro caso tutte le persone che con noi abitavano il parco e il museo durante il pomeriggio/sera del nostro primo giorno di lavoro. Grazie a una cartina della città, a una videocamera e a dei registratori abbiamo raccolto voci e immagini di questo primo incontro con la cittadinanza. Le loro risposte alle nostre domande hanno dato il via al nostro lavoro di creazione a Rouyn. Nei cinque giorni successivi abbiamo lavorato sodo tra il teatro e lo spazio pubblico: abbiamo rielaborato voci e suoni delle interviste e organizzato un percorso nella città per attraversare i luoghi del “cuore” segnalati dagli abitanti - luoghi che decidono di abitare quando vogliono o devono stare soli. L’incontro con donne e uomini di età diverse e appartenenti a contesti molto eterogenei (dal curatore del MA-Musée d’Art al “custode” non ufficiale del parco limitrofo, al liceale che non vive a Rouyn, ma che frequenta la città per l’offerta culturale, alla signora ottantenne che vive nella casa di riposo della città e ricorda i grandi boulevard parigini…) ci ha permesso di continuare l’indagine intorno alla solitudine, per scoprire alcuni luoghi insoliti della città. Abbiamo Attraversato questi spazi urbani con le emozioni e in parte i vissuti di chi ce li ha evocati. Abbiamo percorso le diverse tappe da un luogo all’altro dandoci dei compiti: un altro protocollo. I nostri strumenti? Videocamera, macchina fotografica, carta e penna e registratore, in più una limitazione: il tempo di una canzone per catturare immagini, parole e suoni in dialogo/risposta al luogo e alla canzone scelta dai nostri intervistati. Nel processo di creazione il movimento è stato dall’interno all’esterno, dal teatro alla città, dalle nostre proposte ai contributi dei nostri interlocutori e poi, dall’esterno verso l’interno, dalle suggestioni delle persone incontrate alla nostra elaborazione, dalla città alla sala prove. Siamo tornati in sala prove per processare, sintetizzare e formalizzare tutti gli stimoli ricevuti, che, soprattutto per me e Natalie, erano tanti, moltiplicati dall’esperienza linguistica e culturale che abbiamo vissuto. Questo lavoro di creazione e sintesi ci ha portato ad aprire le porte del lavoro: dopo una settimana di residenza siamo andati in scena - io, Natalie, Marie Hélène e Valentin, con una performance in cui abbiamo scelto di restituire la nostra esperienza di residenza e la nostra indagine in corso sul tema attraverso frammenti di scene. Musica dal vivo, parola interpretata ed evocata, azioni, videoproiezioni per condividere la prima tappa canadese di Piazza della solitudine. Parte integrante della serata è stato l’incontro con i nostri spettatori, alcuni li conoscevamo già perché li avevamo intervistati qualche giorno prima, altri li abbiamo incontrati per una chiacchierata informale al termine della performance. Abbiamo fatto tesoro dei loro commenti e sicuramente li integreremo nel lavoro, anzi, li abbiamo già integrati. La nostra residenza si è conclusa con un incontro con la direzione del Petit Théâtre per fare un bilancio dell’esperienza di residenza e immaginare una prosecuzione della collaborazione nel futuro. Per noi il bilancio è stato estremamente positivo, ci siamo sentite accolte, seguite in maniera professionale, accompagnate dal punto di vista delle esigenze tecniche e organizzative del progetto. Inoltre abbiamo costruito, grazie alla proposta di lavoro che abbiamo formulato e ai suoi imprevisti, dei rapporti autentici con le persone che abbiamo incontrato a Rouyn Noranda: la sensazione è quella che intorno alla nostra Piazza della Solitudine si sia creata un’occasione di incontro per una comunità.

Quale sarà il futuro di Piazza della Solitudine? E il vostro?

Natalie: Il futuro prossimo di Piazza della Solitudine prevede una residenza a Gorizia, grazie al bando ARTEFICI.ResidenzeCreativeFVG di Artisti Associati, con una prova aperta in ottobre e una in novembre. Poi incrociamo le dita per una nuova tappa di lavoro in Canada. Nel frattempo stiamo cercando di costruire altre situazioni in cui poter svolgere nuove tappe di lavoro, ci piacerebbe molto poter incontrare con un gruppo di bambini e di poter fare una tappa in zona milanese (che sarebbe un atteso ritorno verso casa, per me).

Giulia: E il nostro futuro? Radioso!