artisticamente cresciuto all'ombra dei muri di cemento spruzzati con i colori delle bommbolette spray, formatosi sulle note dei rapper o dei appassionati sound meticci della world music ,Simone Chiorri riesce ad accostare ,attraverso un lavoro mirabile creativo, sentimenti distanti scanditi da una forte pittura frequentemente messa su vecchie tavole erose poi in seguito sulla nota serie O.G.M. in questo modo l artista vuole ricordarsi di se e ci spinge ad avere memoria di noi oramai persi in una realta che ci inietta continui contrasti e tragiche emozioni;per decifrarle dobbiamo saperci voltare indietro ,non tanto per ricordare quanto per riconoscere. PERSONALI RECENTI gubbio 2004 roma 2005 borgoin jallieu(lione)2006 perugia 2006 COLLETTIVE RECENTI perugia 2004 perugia 2005 milano 2005 new york 2006 LYON 2006 perugia 2007 lyone 2008 perugia 2008
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Il volto e il caos
Note sulla serie "OGM"
di Simone Chiorri
Trentatre anni, perugino di nascita, autodidatta, fuori
dalle correnti modaiole e dalle strategie galleristiche, Simone Chiorri è
cresciuto a contatto con i morbidi cromatismi di Pietro di Cosimo Vannucci, con
le allusive, profonde trasparenze del Pintoricchio, con le violente rotture
telluriche che animano i creti riarsi di Alberto Burri. E certo li tiene,
questi inconsci imprestiti, come una preesitenza genetica, un sotterraneo
richiamo coloristico e ritmico: tuttavia nel suo astrattismo non è possibile
rintracciare maestri o modelli: al massimo vi si può leggere un legame ora
concettuale ora d’emozione, con l’Informale, con l’Action Painting, un’affinità
con Jackson Pollock, Franz Kline e Jean-Michel Basquiat.
Ma il più è farina del
suo sacco, frutto di un’ispirazione che scaturisce dalla riflessione sulla
storia, il tempo, la memoria, sugli eventi e i suoi attori. Sugli oggetti e il
loro “diario” come è successo nella serie “Windows” quando, improvvisamente
stregato dall’idea di finestra, dalla sua forma, dal suo vuoto-pieno, dal tema
cornice-contesto che la caratteriszza, “mi sono messo”, ha raccontato lui
stesso, alla ricerca di vecchie porte e finestre, che ho comprato in giro per l’
Umbria; su queste sono poi intervenuto con la pittura. Mi piaceva l’idea di
dare nuova vita a oggetti vissuti e ricchi di storia”.
Ora, toccata da ciò che
accade nella scienza e nella tecnologia, almeno così come ci sono sciorinate
quotidianamente dai media, la sua attenzione si fissa sulle persone. Sulla loro
identità sfidata costantemente dall’artificio, dall’ingegneria genetica, dalla
deriva della replicabilità. Chi siamo noi, sembra chiedersi Chiorri, nella
recentissima serie “OGM–Organismi Geneticamente Modificati”. Fantasmi, attori
virtuali di una realtà sempre più indefinita, sfuggente, debordante. Volti
ridotti a maschere, scomposti, sovrapposti, interposti, decomposti: su di essi
e oltre essi scorrono e si intrecciano i tanti piani della narrazione pittorica
di Chiorri: le facce sfumano, quasi si ritraggono in una materia spumosa, nell’
incertezza segnica e nella sorvegliata confusione dei colori un occhio sembra
spiare, uno sguardo fissa inebetito o attonito ovvero si frammenta, un sorriso
interroga un contesto caotico. A poco a poco primo piano e sfondo s’invertono
di posizione, il tratto figurativo sprofonda, con moto vorticoso quella
“materia spumosa” diventa protagonista, si spande come un blob incontenibile e
inafferrabile nello spazio della rappresentazione, disegna un irritante puzzle
cognitivo senza soluzione. È come se l’inconscio venisse alla fine a galla con
i suoi mostri e i suoi ideogrammi inafferrabili, come se una mutazione genetica
ne avesse rimosso i freni, gli avesse dato “voce” intelligibile. Il positivo
lascia il posto al negativo, l’irrazionale alla ragione, il riconoscibile all’
ignoto: una traiettoria “à rebours”, seguita, come dice lo stesso artista, in
automatico, tanto più stupefacente perché il medium scelto da Chiorri è al
contrario altamente formalizzato, l’elabrazione computerizzata. Una rigida
sequenza binaria, di uni e di zeri, che l’artista flette in un’incertezza
poetica e drammatica per poi trasferirla dal cuore oscuro del PC all’esterno,
fissandola, per unità discrete direbbe il fisico della psiche, su asettici
pannelli di plexiglas.
Riccardo Bianchi
storico e critico d’arte