Ora che la miniera siamo noi

tecniche grafiche e pittoriche miste su supporti misti, 35x50 cm circa (2010)

 

Premio ArtExpò 2012

Finalista Torino Human Rights 2012

Esposta alla mostra del progetto "Carpe Artem. Cogli l'arte in tutte le sue forme", Marghera 2013

 

L'opera rientra nel mio personale progetto di ricerca artistica incentrato sull'equilibrio tra l'uomo e la natura. Si tratta in questo caso di un messaggio visivo in cui si sovrappongono tre diversi livelli materiali (tre supporti) e tre livelli rappresentativi. Si intravedono tre figure ambivalenti che portano sulle spalle il peso, positivo e negativo, della miniera - la natura da cui il genere umano estrae energia - che le sovrasta, sia in senso metaforico che visivo, coi suoi profili minimali. Sei fili ramati, sui quali cammina l'energia, come l'umanità, la cui origine è in linea con la terza proiezione umana rappresentante le nuove generazioni, si propagano verso l'infinito. La miniera è il terreno della storia da cui si ricavano materiali utili e dunque energia. Noi rappresentiamo una miniera di energia interiore, la nostra creatività è parte di questa produzione presente, passata e futura. Il cammino dell'umanità, la nostra evoluzione si sdoppia, si proietta e si muove sui fili del nostro percorso 'corrente', proprio come l'energia. L'equilibrio tra uomo e natura converge nell'uso dell'intelligenza, nostra forza e potere, per continuare anche in futuro a vedere, immaginando e poi realizzando un futuro sagomato dall'intuizione.

 

Noi siamo la miniera d’oggi. L’ingegno è il nostro mezzo, la mente la risorsa su cui operare. Il fondamentale diritto all’autodeterminazione è la libertà di far fruttare il nostro talento, guardando al futuro senza scordare il passato. Diritti e responsabilità camminano di pari passo, come le figure dell’opera. Il loro carattere di riflessi ed ombre è universale. Il futuro della condizione esistenziale umana coincide con la storia, in un ciclo in costante divenire.

 

"L’opera 'Ora che la miniera siamo noi' di Alba Kia (Chiara Ferrara) suggestiona per la natura alquanto abbozzata del movimento di individui e cose, in un tutto durevole e non marmoreo, sigillato in un attimo di evanescenza. Il cammino di tali parvenze umane, in avvicendamento generazionale, si leva come metonimia del cammino degli uomini tra elementi antropici in un deserto da recuperare e nel quale ricostruire. Un cammino che silenziosamente rumoreggia come il volare: si riconosce che nel loro primordiale, stanco e ozioso muoversi, disperato come quello di fiera in gabbia appena liberata, simile a una fiumana di superstiti che lasciano la propria città in rovina, come durante e dopo un conflitto bellico, tuona un andamento fugato: nelle evoluzioni di queste silhouette dalle forme evanescenti, lente e pesanti nei singoli passi senza impronta, s’appressa una emancipazione, capricciosa e infelice nell’improvviso, possibile mutar di direzione; nello sconvolgimento dei lievi equilibri, tratti dal modo di pendere e muoversi intorno a un’asse immaginario che è come muoversi in nessun dove, quando per l’appunto, ora chela miniera siamo noi, conviene volare dentro se stessi. L’artista sarda stupisce per il modo velato e onirico con il quale sopprime ogni peso e necessità statica, creando un plot nebuloso, elastico e senza resistenze, al cospetto del quale lo spettatore si trasforma in natante in costante apnea nell’asciutto dell’aria, del mare, della terra e dell’umano, con le sue gioie, dolori e passioni, transitanti in rotte di color purpureo a comunicare ultime, sconfinanti e fuggevoli ebbrezze."

(Giuseppe Varone, catalogo ArtExpò 2012)

 

"Il quadro risulta avere un'enorme impatto sull'osservatore in particolar modo per come rappresenta la realtà nuda e cruda della vita dei minatori con il solo uso dei colori e delle ombre, fattore, questo, che rispecchia la ricerca intima e personale che quest'artista svolge per la realizzazione di ogni sua opera cercando inoltre di rappresentare gli aspetti della vita quotidiana meno comuni o i dettagli che sfuggono ad un'occhiata superficiale." 

(Diletta Dan e Noemi Ruberti, testo tratto dal catalogo bilingue "Carpe Artem", 2013)